Una strana transizione ecologica

Il report finale della “Tassonomia Ue” delle attività economiche sostenibili è stato pubblicato il 9 marzo del 2020 dal TEG (Tecnical Expert Group on Sustainable Finance). Tale gruppo, composto da 35 esperti e da più di 100 consulenti, fu incaricato dalla Commissione europea di individuare le attività economiche in grado di dare il loro contributo per raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050 e i relativi criteri di selezione di esse. Il documento, composto da 67 pagine e 600 allegati tecnici, ha stabilito quindi quali sono le fonti di energia green finanziabili dall’Ue a partire dal 31 dicembre 2021. Stranamente in tale elenco ci sono il gas e il nucleare a fissione, che proprio verdi non sono.

  Il ministro per la transizione ecologica Cingolani afferma che per mantenere le abitudini di consumo occidentali, anche dopo il 2030 ci sarà ancora bisogno di un 30 % di energia proveniente da fonti non rinnovabili e che quindi ben vengano le disposizioni di Bruxelles. In sostanza, la tassonomia Ue intende rendere meno onerosa e più graduale la decarbonizzazione degli Stati europei, finanziando così anche quelle fonti di energie non rinnovabili che sono a bassa emissione di CO2, senza però calcolare ponderatamente il rischio insito ad esempio nelle centrali nucleari. Cingolani dice che ci sono molti investimenti sui piccoli reattori nucleari modulari SMR (Small Modular Reactors), che devono essere sostenute finanziariamente dall’Ue perché i costi sono insostenibili dalle singole imprese private. Dunque, costano pure tanto.

  Le centrali termodinamiche a specchi parabolici sono rimaste fuori dalla tassonomia Ue, dove il carburante è gratis, essendo il sole, e i rischi praticamente inesistenti. Dicono che sono ancora poco efficienti e necessitano del supporto di altre fonti non rinnovabili quando l’insolazione diminuisce nelle giornate nuvolose o cessa di notte. Esistono però le centrali con serbatoi di accumulo di vapore che subentrano di notte o nelle giornate nuvolose per far girare le turbine che azionano gli alternatori per continuare a produrre corrente elettrica, come le Andasol 1, 2 e 3 in Spagna. Dal 2006 ne sono state costruite decine con una capacità di 50 MW ciascuna, riuscendo a immettere in rete 2.300 MW di potenza. Anche in varie altre parti del mondo esistono queste centrali termodinamiche a specchi parabolici con serbatoi di accumulo. Un investimento in tal senso non può che migliorarne l’efficienza e diminuirne i costi di costruzione entrando in regime di economia di scala.

  Una centrale SMR, simile a quella impiegata nelle imbarcazioni a propulsione nucleare, ha la forma di un cilindro grande all’incirca quanto due container. Esso contiene il nocciolo col combustibile nucleare che trasforma l’acqua in vapore capace di azionare una turbina esterna e quindi l’alternatore per produrre energia elettrica. Una SMR ha una capacità di 200 megawatt di potenza (la centrale nucleare convenzionale può arrivare a 1.600 MW). Essa viene assemblata in fabbrica e poi trasportata sul sito che occuperà il 10 % del suolo occupato da quello della centrale convenzionale, cosa che consentirebbe di abbassare i costi di costruzione e di installarli anche in zone prive di corrente elettrica. Produce meno scorie radioattive ed è necessaria meno acqua di raffreddamento, giacché viene riutilizzata cominciando un nuovo ciclo. Date le dimensioni ridotte del reattore l’acqua e il vapore si muovono da soli, per cui non necessitano pompe che possono guastarsi, come successe a Fukushima. Le SMR sembrerebbero più affidabili delle vecchie centrali nucleari ma le scorie pur sempre prodotte rimangono un problema e hanno un notevole costo per smaltirli. Trattandosi poi di nucleare a fissione, il rischio, seppur ridotto, è sempre dietro l’angolo e non ci si può affidare alle previsioni ottimistiche degli interessati sui cosiddetti “rischi minimi”, poiché moltiplicando gli SMR, questi rischi si moltiplicano inevitabilmente e possono diventare grandi rischi.

Angelo Lo Verme