Un panzerotto non abbastanza controverso

 In un mondo complesso e privo di certezze, ci sono temi su cui non si sarà mai tutti d’accordo – l’esistenza di Dio, il consumismo nei regali di Natale, la zucchina in patate riso e cozze. Ma per confortarci, ce ne sono altri su cui non c’è nulla da discutere e che mettono tutti d’accordo – Hitler non era una brava persona, le droghe causano pericolose dipendenze, i panzerotti sono un’ottima cosa.

Ma, a rischio di far vacillare una delle piccole certezze del mondo, vi dirò che i panzerotti non sono poi una cosa così ottima. E non citerò il fritto, i trigliceridi, l’olio bollente, le ustioni – perché ciascuno è libero di uccidersi di panzerotti se vuole – almeno in base all’etica attuale.

Ma i panzerotti hanno un difetto: per tradizione si preparano alla Vigilia dell’Immacolata e di Capodanno. La Vigilia – quel giorno prima della festività – quel giorno in cui si lavora a tempo pieno PRIMA di un giorno di festa e celebrazione.

Sono quei giorni sonnolenti in ufficio, in cui ogni obiettivo può essere rimandato a “fra due giorni – ci aggiorniamo dopo le feste” – fuori l’aria è frizzante, le lucine natalizie sbrilluccicano – e al caldo si agogna il ritorno al focolare domestico, caldo e accogliente – con sulla spianatoia tante palline di pasta già pronte e una decina di ciotoline di ripieni già preparati, pronti per l’impressionante catena di montaggio a ritmi serrati che conduce le preziose leccornie fino al pentolone di olio bollente che manco per difendere le mura dei castelli nel Medioevo – quelli non erano assedi, ve lo dico io, erano panzerottate, e gli assalitori erano amici che non erano stati invitati.

Famiglia e amici già riuniti – attorno al piatto foderato di carta assorbente. E il capo fuochista, il direttore d’orchestra della panzerottata, armato di schiumarola come di uno scettro, con negli occhi uno sguardo fiero e determinato da generale d’armata – “O si frigge o si muore!”

Tutto molto romantico, folkloristico, tradizionale.

Se non sei il generale d’armata.

In quel caso la famiglia si aspetta che tu prepari l’impasto a mano – per tempo – entro l’ora di pranzo al massimo – per lasciare i tempi di lievitazione – pena un trattamento di mobbing esemplare: “Eh si sente che l’impasto è industriale: mia madre – vostra nonna buon’anima, bambini – non ha mai comprato l’impasto dei panzerotti. Ma è molto difficile da fare e la vostra mamma non ha voluto rischiare, o non avremmo avuto proprio i panzerotti, piccoli miei!”

Ci si aspetta che tu trascorra il pomeriggio a preparare i ripieni: perché ciascuno degli invitati vuole il gusto suo – fatto espressamente per lui – ma il tradizionale non può mancare, ma quello innovativo gourmet dell’anno neanche…

Che con la grazia di Lady Diana e la diplomazia del Dalai Lama, accetti di buon grado i consigli degli invitati ciondolanti per la cucina durante la farcitura e la frittura dei panzerotti “Devi chiuderli meglio, con i dig’t (trad. “con le dita”) se no si aprono – Questo è troppo pieno – Questo è troppo cotto – S è sporcato l’olio? – Hai messo il sale?” – è mia ferma convinzione che il sale abbia causato più violenze domestiche dell’alcolismo occulto.

Tutto ciò tacendo le lamentele per la puzza di fritto, la segregazione di chi continua a friggere mentre gli altri mangiano le prime infornate – “Che se si freddano si ammosciano e diventano brutti” – i piatti da lavare, la cucina che continuerà a trasudare unto per giorni, l’olio esausto che va buttato e non si sa bene dove e finisce conservato come un rifiuto radioattivo in attesa di un attentato dinamitardo…

D’altra parte, è il 2021 e la società si aspetta che tu faccia tutto questo in un giorno feriale – una Vigilia, appunto – in cui una donna moderna, indipendente e autonoma, e tuttavia rispettosa delle tradizioni, legata alla famiglia, affettuosa e premurosa, abbia anche lavorato fra le se e le otto ore. Eppure provveduto ad organizzare, pianificare e attuare tutto questo.

Nella mia risibile esperienza di panzerottate ho visto donne impastare all’alba, assalti all’arma bianca ai banchi di gastronomia per l’ultimo pezzo di provolone in offerta, peregrinazioni da un supermercato all’altro in cerca di un cubetto di lievito di birra. E non riesco a trovare immagine più sottaciuta della sottomissione femminile della donna lavoratrice che, rientrando a casa di sera, assieme al marito, trovi il medesimo spettacolo di tradizione folklore, della spianatoia con le palline e i ripieni e la pentola di olio bollente, e le venga consegnata la schiumarola del potere – e legga nello sguardo di familiari e amici riuniti la perentoria supplica “Abbiamo fame – Adesso friggi”.

Io non so quanto misure quali le quote rosa, le giornate di sensibilizzazione, i manifesti contro la violenza, abbiano migliorato la condizione della donna. Ma se volete essere femministi, se volete bene alle mogli e madri lavoratrici, se credete che la qualità della loro vita debba migliorare – non fate i panzerotti la Vigilia.

Friggete il giorno della festa.

Donne di tutto il mondo, sollevate le schiumarole e unitevi! Cambiate il mondo! Che si frigga quando voi decidete di friggere!

Germana Trione