Auto ibride ed elettriche: un paradosso ecologico

Il mondo delle auto ibride ed elettriche è vario e quindi suscettibile di confusione per gran parte delle persone, per cui necessita fare qualche distinzione. Intanto solo le auto propriamente elettriche sono ad emissione zero, mentre quelle ibride, essendo appunto costituite anche da un motore termico, continuano ad inquinare, anche se di meno rispetto alle auto tradizionali a benzina e diesel. L’auto ibrida poi si divide in Mild Hybrid, dove il motore elettrico serve da supporto a quello termico, e Full Hybrid, nella quale i due motori sono indipendenti l’uno dall’altro. Quest’ultima, detta anche plug-in (collegare), si distingue per la batteria ricaricabile collegata ad un’apposita colonnina o direttamente a casa ad una presa elettrica, senza alcun ausilio del motore a combustione interna.

  Infine c’è l’auto esclusivamente elettrica ad emissione zero CO2 e talmente silenziosa che per la salvaguardia dei pedoni e dei ciclisti necessita paradossalmente di un dispositivo per fare “rumore” e avvertire in tal modo del suo arrivo. Come tutti sappiamo, uno dei grandi problemi del traffico veicolare nelle città è anche l’inquinamento acustico, che una volta risolto dalle auto elettriche, ridiventa un problema inverso in termini di sicurezza! Bizzarrie dei nostri tempi. Un altro paradosso ugualmente importante è che la cosiddetta emissione zero delle auto elettriche, ed ibride, in realtà non è veritiera, dato che per ricaricarle si utilizza ancora in larghissima parte energia elettrica generata da carburanti fossili.

  Quindi, nonostante le principali case automobilistiche stiano investendo parecchio sulle auto elettriche ed ibride, il problema delle emissioni di CO2 non è affatto risolto, se prima non viene risolto quello della defossilizzazione.  Altrimenti l’inquinamento è spostato dalle città ai siti delle centrali elettriche, che potrebbe anche essere accettabile; ma il computo delle emissioni totali di CO2  nell’atmosfera del Pianeta rimane immutato o addirittura è in crescita, specie con il contributo dei Paesi emergenti che ambiscono, legittimamente, ad uno stile di vita da Paesi ricchi, e che però sono quelli più restii a decarbonizzare per il suo alto costo economico, come è emerso nella recente Cop26 di Glasgow, rivendicando il loro “diritto” a inquinare giacché per tanto tempo erano rimasti esclusi dal benessere. Proprio per questo si è stabilito un indennizzo annuo di 100 miliardi di dollari per questi Paesi, già da tempo, senza che ad oggi sia mai stato erogato alcunché.

  Al momento fra l’altro, le auto elettriche, per il loro intuibile alto costo a parità di caratteristiche, non sono appannaggio delle famiglie con reddito medio-basso. Ciò anche perché, a causa della poca autonomia delle batterie e della scarsa diffusione delle colonnine di ricarica, ogni famiglia deve possedere necessariamente una seconda auto ibrida o tradizionale per gli spostamenti più lunghi, ad esempio fra regioni. L’auto elettrica è più adatta per l’uso in città e per brevi tragitti, comunque pur sempre da pianificare attentamente, dovendo sapere in anticipo quando e dove ricaricare il motore per non rimanere in panne. Inoltre le batterie non hanno una lunga durata e sono molto costose da sostituire, anche se in tal senso i costruttori fanno progressi continui. Insomma, le auto elettriche e ibride ancora non sono un grande affare per il Pianeta; magari lo è per le case automobilistiche, ma questo è già un altro discorso. Prendendo in giro il Pianeta con simili false soluzioni, in realtà prendiamo in giro noi stessi. Il Pianeta cambia a nostre spese soltanto, poiché esso si adatta ai mutamenti climatici, così pure le piante e gli animali in tempi magari lunghi, ma noi umani e soprattutto il nostro stile di vita e le nostre infrastrutture no. Ormai ogni volta che c’è maltempo ci spaventiamo che qualche nostro bene venga distrutto dalla grandine, dall’inondazione e/o dal ciclone sempre più mostruosamente gigante; e quando passa la tempesta non ci resta che fare la conta dei feriti, dei morti e dei danni materiali sempre più ingenti, invece di pensare a come prevenire tutto ciò finché siamo ancora in tempo. Perché manca forse meno di un decennio per evitare di giungere al punto di non ritorno. Altro che obbiettivi di decarbonizzare entro il 2050, 2060 o addirittura 2070. Il clima non è più disposto ad aspettare i nostri comodi ormai; non è più disposto a “trattare”. Vogliamo capirlo!

    Angelo Lo Verme