Arcate d’Oriente

La Puglia per molto tempo è stata considerata una terra di frontiera e alcuni toponimi lo ricordano: a Vieste c’è lo scoglio di Pizzomunno, mentre l’estremo lembo di terra salentina è detto Finibus Terrae. Proprio per la sua posizione, la regione è stata un luogo di contaminazione come raccontano gli studi nel settore della storia dell’arte di Vito Bianchi e Silvia Sanjuàn Ledesma (Bari, la Puglia e l’Islam, Adda editore). Nell’architettura medievale rimangono alcune testimonianze: il mausoleo di Boemondo d’Altavilla a Canosa e San Giovanni in Tumba a Monte Sant’Angelo. Fra fine ottocento e l’inizio del novecento, specialmente nel Salento, sorgeranno dimore signorili ispirate inequivocabilmente alle suggestioni dell’Oriente musulmano: Villa Minareto a Selva di Fasano, Villa Sticchi a Santa Cesarea Terme e Villa De Francesco a Santa Maria di Leuca.

Tale tradizione è stata ravvivata con l’opera dell’architetto Mimma Ardone che a San Vito dei Normanni, nel 2014, ha realizzato in stile neo-ottomano l’area commerciale nel quartiere San Vincenzo. Già in fase di costruzione è apparso chiaro che nella Città del brindisino si stesse finalmente realizzando qualcosa di innovativo: una tipologia costruttiva a porticato  che, circondando il corpo centrale, consentisse l’accesso dall’esterno agli  spazi commerciali con la finalità di ospitare punti vendita, potenzialmente luogo di incontro, di scambi, di sosta, di ristorazione e di spettacolo. L’ideatrice ha inteso progettare il vuoto quale sistema di relazione tra spazi differenti, infatti l’opera si trova esattamente al centro del quartiere.

Ardone ha dichiarato di “aver utilizzato la luce come materiale architettonico con uno studio accurato dell’illuminazione, che oltre a svolgere la sua funzione, rappresenti la segnalazione di un percorso, l’indicazione di una quinta scenica”. L’idea è stata quella di costruire una teoria di archi ogivali di grandi dimensioni e l’artefice ha trovato conforto in un articolo di Norman Foster letto casualmente su il Masdar Institute Campus. L’architetto inglese era riuscito in un simile intento assemblando elementi prefabbricati con perfetto controllo di forma e risultato. A questo punto occorreva coinvolgere la ditta costruttrice per tentare la strada di alcuni grandi elementi prefabbricati, progettando una serie di idonee casseforme. Serviva però rendere più semplice il getto e, su suggerimento del coordinatore della direzione lavori, l’ingegner Pietro Iaia, si decise di tagliare gli archi, eliminando la chiave di volta. C’è chi gli archi, nella loro maestosità, li vede come un chiaro richiamo alla tradizione pugliese, un esplicito rimando alla forma dei vicini trulli, ma a noi, che li abbiamo frequentanti, sembrano un preciso riferimento ai mercati coperti dell’Oriente come quelli che è possibile vedere dalla Turchia all’Iraq passando ai moderni esempi emiratini. In sintesi, Ardone ha ridato identità al luogo attraverso una costruzione altamente semantizzata a cui riferire il ricordo, un’architettura riconoscibile che rimane ben impressa nella memoria del visitatore.

Il manufatto di San Vito che, in fase di realizzazione ha subito critiche, oggi sembrerebbe metabolizzato dai residenti che usano i suoi portici come spazi in cui avvengono scambi commerciali incoraggiati dallo svolgimento, nelle vie parallele a Piazza Aldo Moro, del mercato del Lunedì e di altri momenti di vita comunitaria da piccoli spettacoli musicali fino ai comizi dell’ultima tornata elettorale che ha visto l’ascesa della professoressa Silvana Errico alla carica di Primo Cittadino. Gli amministratori locali potrebbero fare ancora di più e promuovere il mantenimento e il completamento dell’opera senza dimenticare di inserirla nei tour turistici quale saggio di architettura contemporanea che abbracci il Levante. “Un’opera sicuramente interessante e riuscita che mostra ancora una volta che bisogna saper dare spazio ai giovani”- ha commentato il critico di architettura, il catanese Luigi Prestinenza Puglisi. In Sicilia il progetto è stato presentato nell’Estate 2016 alla manifestazione “Architects Meet in Selinunte” organizzata a cura dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica.

La costruzione delle Arcate d’Oriente ha interessato oltre l’architettura anche il cinema, infatti, su commissione dell’architetto, una giovane cineasta ha realizzato un suggestivo corto; si tratta di Valeria Schifeo originaria anche lei della stessa Città dell’Alto Salento, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera in Nuove tecnologie e con un approfondito percorso formativo a suo favore. Schifeo ha maturato esperienze come progettista grafica, fotografa e direttrice della fotografia per diversi progetti, ha collaborato alla realizzazione di video-clip, documentari e film con autori indipendenti.

Per chi non potesse, nel breve periodo, recarsi a San Vito dei Normanni, ecco la possibilità di iniziare a prendere contatto con l’opera architettonica di Mimma Ardone grazie al corto realizzato da Valeria Schifeo:

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Vincenzo Legrottaglie