Sulla narrativa di Carlos Ruiz Zafón

Il soprannaturale, la magia nera, le potenti forze del male contro quelle, in controtendenza al comune sentire, meno potenti del bene, e terribili segreti, inevitabili perdizioni, miracolose rinascite e malefiche ricadute, sono gli ingredienti fantastici e a forti tinte noir dei romanzi dello scrittore catalano C. R. Zafón, morto purtroppo prematuramente lo scorso anno a Los Angeles a soli 55 anni dopo la lunga malattia provocata da un tumore al colon.

  Lo stile dei suoi romanzi e dei suoi racconti è semplice e molto scorrevole, le trame molto avvincenti e spesso vi si trovano dialoghi esistenziali/filosofici di una certa rilevanza. Senza dubbio, e lo dimostrano i numeri, tutti questi ingredienti hanno conquistato parecchi milioni di lettori in tutto il mondo, e sicuramente ci mancheranno le avvincenti opere che avrebbe potuto scrivere. Tuttavia parlare di capolavori a mio parere è azzardato.

  La sua narrativa non lascia quel particolare retrogusto capace di scendere sottilmente nell’anima del lettore che esige dall’arte un nutrimento durevole. Le opere di consumo sono come i pasti giornalieri: nutrono il nostro corpo per un giorno e in quello successivo è di nuovo affamato. L’anima invece ha bisogno di nutrimento spirituale, e l’opera d’arte è il cibo più idoneo e duraturo che la fa crescere insieme ad altro e più soggettivo nutrimento spirituale. L’opera d’arte è nettare, è ambrosia per l’anima, giacché è il sapiente intreccio di emozioni, sentimenti e idee elevate, che l’anima metabolizza dopo aver fatto breccia su di essa e l’arricchiscono per sempre. La fruizione di un’opera d’arte entra a far parte indelebile del patrimonio personale dell’individuo. Una narrativa ridondante di irritanti metafore invece, caratterizzata dalla eccessiva meccanicità dell’intreccio, seppur attraente e abbastanza chiara, e soprattutto carente di personaggi realmente autentici, memorabili e “immortali”, spiace dirlo, non sembra lasciare tracce indelebili nell’anima.

  Le descrizioni di ambienti da incubo, quali la stazione di Jheeter’s Gate e della locomotiva infernale ne “Il palazzo di mezzanotte”, o i mostruosi automi composti da organi umani e stravaganti ingranaggi di ferro in “Marina” ad esempio, sono arzigogolate descrizioni che mostrano abilmente la raccapricciante realizzazione dell’idea insana e contorta del personaggio folle e diabolico di turno. Nella loro contorta cerebralità e geniale inventiva somigliano alle descrizioni tipiche di E. A. Poe e alla sua idea del calcolo narrativo.

  La narrativa di Zafón magari è qualcosa di più della narrativa di consumo, grazie all’approfondimento dei contenuti sociali, dell’amore e dei sentimenti di amicizia, ma gli manca quel qualcosa in più per classificarla un’opera d’arte a mio modesto parere. Poi, l’unico personaggio autentico e memorabile mi sembra Fermìn Romero de Torres ne “L’ombra del vento”, più carismatico dello stesso protagonista Daniel Sempere. Il successo o l’insuccesso in letteratura però è decretato solamente dal lettore il quale è invincibilmente attratto dalle avvincenti trame di Zafón, me compreso, per cui questa non è affatto una stroncatura ma una libera analisi personale della narrativa di Zafón.

  Tranne “Il palazzo di mezzanotte” ambientato in una misera Calcutta, quasi tutti i romanzi e i racconti di Zafón sono ambientati in una Barcellona cupa e decadente del primo scorcio del Novecento, descritta spesso come umida, sporca, fetida e miserevole. Ambientazione adatta per mostrare un’umanità irredimibile e perduta, che vive i propri miserevoli giorni alla disperata e spesso vana ricerca di una redenzione che possa ridare senso e speranza a esistenze e a una società spagnola profondamente segnate dalla Guerra Civile e da quarantasei anni di dittatura franchista.

  Personaggi in gran parte negativi provenienti appunto da un’infanzia e da un passato maledetto che segna fatalmente e orribilmente le loro esistenze e il loro stesso futuro, ma anche quello degli altri, della società, dato che niente e nessuno è un’isola e tutto è inesorabilmente legato per una poco conosciuta ma intuibile legge cosmica. Così sono indissolubilmente legati i destini personali e quelli di un popolo, i propositi personali e le speranze collettive. “Grandi speranze” di Charles Dickens, appunto, è il libro preferito del già citato David Martìn, scrittore e protagonista maledetto, suo malgrado, ma positivo del romanzo “Il gioco dell’Angelo”, il qualedevepagare a caro prezzo la sua personale ricerca della verità, come la morte dell’amata Cristina e la lunga scia di altre morti che si lascia dietro nella sua investigazione ad oltranza, e come del resto accade a tutti gli altri personaggi positivi di Zafón.

  Situazioni tragiche e miseria estrema da cui i personaggi, con tendenze diaboliche o semplicemente più fragili, vittime di una altrettanto società diabolica e ingiusta, inizialmente tentano di sottrarsi con magnifici colpi di fortuna, intrallazzi vari o, grazie al loro ingegno, arricchendosi e ostentando sfarzi incredibili prima della loro  ricaduta, finanziaria ma soprattutto morale. Come la caduta morale e finanziaria del donnaiolo e ricchissimo don Ricardo Aldaya e della sua stirpe ne “L’ombra del vento”,provocata, per una sorta di beffarda legge del contrappasso, dalla psichicamente devastante scoperta dell’inconsapevole incesto tra la figlia Penelope e lo scrittore Julian Carax, entrambi figli suoi avuti con madri diverse. O quella dell’Ingegnere Lahawaj Chandra Chatterghee ne “Il palazzo di mezzanotte”,dopo il crudele assassinio della bellissima moglieKylian, il quale, regredendo nella personalità disturbata dell’infanzia, si trasforma in un essere diabolico dai poteri soprannaturali.

  Contro tanta oscurità e dominio del male invece, si stagliano nitidi ed eroici i personaggi positivi che si caratterizzano per la loro ricerca ininterrotta e temeraria della verità, nell’arduo tentativo di gettare uno sprazzo di luce laddove c’è solo male e oscurità. Sono quasi sempre ragazzi poco più che adolescenti, saggi, intelligenti e animati da sani principi, che lottano con armi impari contro le forze del male più disumane e oscure se non propriamente diaboliche. Grazie a loro si “respira”una boccata di aria fresca, anche fuor di metafora, nell’uscire scenicamente dai luoghi sotterranei di Barcellona. Luoghi oscuri che custodiscono terribili segreti, dove lo stesso lettore sembra affondare in vischiose melme e nel putridume, e dove può perfino respirare i fetori mefitici e spesso “luciferinamente” sulfurei abilmente descritti dall’Autore come sequenze cinematografiche, arte che amava e che lo tenne occupato negli ultimi anni di vita proprio a Los Angeles. L’anima dei suoi abitanti modella l’anima di una città, e probabilmente viceversa; e l’Autore lo sa, cosicché costruisce molto bene l’ambientazione più idonea dove far vivere le personalità multiformi dei suoi personaggi.

  In questi temi ricorrenti, quasi ossessivi di Zafón, alla fine il bene e la luce trionfano sempre, e meno male!, ma a carissimo prezzo. E’ l’altissimo obolo che l’Autore vuole far pagare alla verità e al bene. E ancora meno male!, se tutto sommato fosse sempre così, cioè, che il bene trionfi sempre, seppur a caro prezzo. L’importante che rimangano sufficienti eroi in giro, se servono per far funzionare il mondo nel senso della verità e della giustizia.

      Angelo Lo Verme