Identità: il concetto del non identico

In questo periodo storico, che ritengo diventerà un “must” nei trattati di sociologia e filosofia nel breve futuro, si è abusato di vari concetti fondamentali della società cosiddetta “civile” quali diritti e doveri, rispetto e responsabilità, coscienza e correttezza intellettuale. Ho scritto “abusati” perché evidentemente questi concetti basilari sono soggetti all’interpretazione e quindi ad avere un senso relativo; la loro contestualizzazione è fondamentale per non averne una speculazione faziosa e quindi di parte facendone decadere il carattere propedeutico alla continua evoluzione della civiltà sociale. Cercherò di spiegarmi meglio esaminando il tema di questo articolo.

L’identità è il sostantivo che cerca di spiegare con un concetto intrinseco tutte quelle caratteristiche sociali e culturali, ma anche genetiche e ambientali, che tendono a descrivere le peculiarità di un individuo o di una popolazione. Senza volere sviluppare un tedioso (per quanto interessante) trattato sulla evoluzione descritta da Darwin e Lamarck, è assodato che ogni individuo ha delle caratteristiche specifiche, derivanti appunto da tutti i condizionamenti ambientali e poi genetici. Gli individui a loro volta compongono le popolazioni, regionali, nazionali e continentali. Se ne deduce che le interazioni e i risultati possibili sono infiniti e quindi i tentativi del “neoliberismo” di semplificare e appiattire le società con il concetto di 1=1 è patetico e inutilmente forzoso; un elastico tenderà sempre a ritornare nella sua posizione di riposo e quindi, come si dice nella fisica, in equilibrio stabile.

Un aneddoto esemplare me l’ha raccontato mio padre che andò in missione in una fabbrica chimica in Germania negli anni ‘70. Queste missioni erano incentivate dai rispettivi governi in tempi ancora lontani dalla UE e erano propedeutici a scambi culturali che intelligentemente fungevano da brain storming: insomma, meno demagogia e più fatti. In qualità di tecnico di processo, mio padre intervistava i vari tecnici tedeschi che erano responsabili dei reparti che componevano tutto il processo chimico, dalle materie prime al prodotto finale. Si stupì nel constatare che il personale tedesco, che componeva un reparto, non aveva la minima idea di cosa facessero quelli dell’altro reparto e non avevano neanche la minima curiosità di saperlo. Dopo alcuni anni mio padre si vide arrivare nell’ufficio del suo impianto a Ravenna alcuni delegati dai tecnici e operai che dichiararono che non ne potevano più di fare sempre le stesse cose e che lavorare così era alienante. Mio padre accolse la protesta e cambiò la gestione impostando il lavoro con il turn over e l’intercambiabilità dei ruoli contro anche il volere della Direzione della fabbrica. Chiaramente gli ci volle tempo e impegno da ambo le parti per formare le persone ma dopo pochi mesi fu in grado di mettere a regime il nuovo sistema operativo e ebbe la piacevole sorpresa di constatare l’aumento di produttività oltre a un ambiente di lavoro più sereno, motivato e collaborativo. Non ultimo, ottenne anche il risultato di capire meglio le predisposizioni di ognuno e evidenziare quelli che non potevano o non volevano farcela dedicandogli ruoli operativi meno importanti.

Ecco quindi in sintesi cosa si può dedurre da quanto esposto:

  • -Uno non è uguale a uno;
  • Ogni individuo, regione e nazione ha esigenze e predisposizioni diverse;
  • Una federazione (di gruppi, di società, di Stati) è sempre possibile ma funziona solo se si tiene conto delle relative individualità e diversità che, in quanto tali, sono migliorative per qualsiasi evoluzione proprio perché diverse;
  • La tendenza all’appiattimento non è sinonimo di semplificazione ma di ottusità che tende a generalizzare le regole solo per comodità gestionale a discapito della qualità.

Molti ora obietteranno che il sistema tedesco ha dato migliori risultati economici rispetto a quello italiano. Vero, ma la narrazione della causa è falsa.

​Dal 1984 al 2017 l’Italia è stato l’unico paese europeo ad avere il ricavo primario (in soldoni il bilancio entrate e uscite, import/export) sempre in positivo escluso il 1992.

La tecnologia tedesca è migliore di quella italiana? Falso.

Gl’Italiani hanno più brevetti e una delle tante dimostrazioni ne sono i vari registrati nel periodo dell’autarchia  ma non solo. Ad esempio? Negli anni ‘90  l’Audi comprò i motori multijet Fiat perché non riuscivano a fare un motore affidabile.

Altro esempio? Chiedetevi perché la Germania fa a gara con i cinesi a comprarci le nostre aziende  in svendita (grazie alla cecità e collusione dei nostri governi); stanno comprando i nostri Know-how.

Allora, chiederete: come mai siamo in queste condizioni e con questo debito pubblico? Molti e più competenti del sottoscritto hanno scritto e spiegato esaurientemente le vere cause.

Lancio la palla a chi è più bravo di me a continuare a spiegarlo e spero che a breve sia chiarito in modo inequivocabile e semplice cosa ha tarlato il nostro sistema.

Massimo Gardelli – Sistema Paese