L’Inps condanna i disabili (non gravi) all’isolamento

Facciamo a capirci. L’Inps, l’istituto di previdenza sociale, che non ha mai brillato per lo stato delle sue casse, per provare a fare economie se la prende con i più deboli. E decide di togliere l’assegno da 287,09 euro al mese a quei disabili (non gravi) che sono riusciti a trovare un lavoretto.

Intendiamoci, non un lavoro che garantisca uno stipendio tale da renderli indipendenti, ma una cosetta, un lavoretto (che nei fatti gli fa più bene alla testa che al portafogli) che gli consenta di “guadagnare” al massimo 400 euro al mese.

Insomma, l’Inps ha deciso che i disabili (non gravi) debbano rimanere poveri, isolati, debbano vivere sempre in famiglia, debbano essere umiliati, non avendo la possibilità di integrarsi e di avere un minimo di autonomia relazionale ed economica. Una vera indecenza. Specie se paragonata allo sperpero di denaro elargito in mille forme ad altre categorie di non “lavoratori”.

La decisione dell’Inps coinvolge migliaia di persone affette da disabilità non grave dal 74% al 99%. Nei fatti impedisce loro di integrarsi socialmente. Anche perché, parliamoci chiaro, l’assegno Inps di 287,09 euro al mese non consente ai disabili di avere una vita, neanche di immaginarla lontano dalla famiglia di origine. Sommata al lavoretto di massimo 400 euro può, in qualche modo, riesce a garantire dal disabile un minimo di normalità. Nulla di eccezionale, si intende, ma almeno una parvenza di vita.

E non si può pensare che il disabile, a cui l’Inps intende negare l’assegno che, lo ribadiamo ammonta a 287,09 euro al mese, può pensare di vivere con il suo lavoretto da 400 euro mensili al massimo. E va da sé che i disabili non gravi, con percentuale di disabilità dal 74 al 99 per cento, volentieri rinuncerebbero all’assegno Inps se solo potessero contare su uno stipendio vero.

Eppure il direttore generale Inps Gabriella De Michele (compenso annuo che va ben oltre i 200mila euro), con messaggio numero 3495 del 14 ottobre dice che dal 14 ottobre 2021 in poi “l’assegno mensile di assistenza di cui all’articolo 13 della legge n. 118/1971, sarà pertanto liquidato, fermi restando tutti i requisiti previsti dalla legge, solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario”. Quindi stop all’assegno se c’è un lavoretto.

A guardare bene, però, nei messaggi numero 3043 e numero 5783 del 2008, l’Inps sosteneva che “l’esiguità del reddito impedisce di ritenere che vi sia attività lavorativa rilevante”. In buona sintesi, se il lavoro non è stabile e non viene superata la soglia di reddito minimo personale pari ora a 4.931 euro all’anno, allora, si diceva nel 2008 e fino a qualche girono fa, lavoretto e assegno possono convivere. Ma, forse erano altri tempi. Vergogna.

Massimiliano Sassoli