La Cina nei cieli di Taiwan

Il 15 settembre 2021 è stato siglato inaspettatamente rispetto agli equilibri internazionali un nuovo patto militare fra tre grandi potenze: Australia, Regno Unito e Stati Uniti denominato appunto AUKUS. Annunciato contemporaneamente dai massimi rappresentanti Scott Morrison, Boris Johnson e Joe Biden prevede una nuova cooperazione fra le tre superpotenze, in particolare per dotare l’Australia di una nuova flotta di sottomarini nucleari prodotti nel Regno Unito abbandonando la tecnologia bellica francese, che in questo modo ha perso una commissione miliardaria. 

Le tensioni internazionali emerse data l’esclusione della Francia si sono, almeno apparentemente, sopite in vista dei prossimi incontri diplomatici fra i Ministri degli Esteri dei paesi implicati e del Presidente Macron con il Presidente Biden ma soprattutto per via dello scopo primo della nuova alleanza. 

Infatti AUKUS nasce come risposta alle mire espansionistiche nella regione Indo-Pacifica della Cina che, come ogni superpotenza, cerca di proiettare il più possibile verso l’esterno la sua influenza sia economica sia, soprattutto in questo caso, militare. 

Non si è fatta attendere, a poche settimane dall’annuncio, la risposta Cinese concretizzatasi nella scorsa settimana in un aumento delle esercitazioni militari nello spazio aereo di Taiwan, ovviamente pur senza una giustificazione ufficiale che può essere però desunta dallo storico dei comportamenti del Governo Cinese che spesso ha risposto in modo aggressivo anche per questioni meno rilevanti. 

Taiwan vive un’ambigua identità: è ufficialmente un territorio cinese ma ufficiosamente, per importanti ragioni storiche, profonde differenze sia culturali che nei rapporti internazionali, è uno stato insulare de facto ed il suo riconoscimento è diventato un posizionamento politico. 

Le forze politiche anti-cinesi tendono a ribadirne l’indipendenza magnificandone il sistema economico e culturale poiché molto più vicino al modello occidentale. Va inoltre specificato che Taiwan ha un suo Governo guidato da una donna progressista: Tsai Ing-wen e un suo esercito che dagli anni 50 gestisce, con il benestare statunitense, una zona di identificazione e difesa aerea, spazio (che va oltre i confini dello stato) in cui i velivoli intercettati sono sottoposti alle procedure di identificazione per tutelare la sovranità dello Stato. 

Sono anni che però la Cina fa muovere i propri veicoli militari nelle zone di competenza non solo di Taiwan ma anche di: Corea del Sud, Giappone, Malesia, Filippine e Vietnam e lo fa con il chiaro di intento di dimostrare di essere la potenza egemone dell’area, dispiegando forze militari sempre maggiori contro le quali gli eserciti di nessuna di queste Nazioni potrebbero competere. 

Questo modus operandi rappresenta una grave difficoltà che emerge con particolare forza quando le violazioni avvengono in procinto di quei territori alleati strategici degli americani come Corea del Sud e Giappone che annualmente ne registrano in numero sempre crescente. 

Sotto la leadership di Xi Jinping la Cina è diventata molto più inflessibile nei confronti dei territori con spinte protettive o secessioniste dei loro sistemi differenti. Ad Hong Kong ad esempio è stato velocizzato il processo di ri-assimilazione facendo saltare una sorta di immunità giurisdizionale che esisteva nel territorio rispetto alla pervasività del Governo e delle autorità cinesi; con la nuova legge per la sicurezza è stato sostanzialmente dato il via libera alle forze di polizia per arrestare dissidenti, chiudere giornali e impedire un dibattito pubblico trasparente, cioè tutto ciò che rendeva Hong Kong un luogo molto più occidentale di qualsiasi altra città cinese. 

Il 1 Ottobre è stato un giorno di festa nazionale in Cina e i manifestanti pro democrazia di Hong Kong hanno deciso di manifestare dissenso scegliendo come luogo delle proteste proprio Taiwan; il paese infatti sta subendo un mutamento in cui in molti sembrano vedere la nuova Hong Kong in ragione di quelle libertà personali invise alla Cina. 

Per tutto lo scorso fine settimana la Cina ha ripreso ad effettuare queste operazioni militari, con un escalation che non si era mai vista precedentemente: infatti i giornali internazionali, riportando come fonte lo stesso Ministero della Difesa di Taiwan, informano che già da venerdì caccia da guerra e velivoli bombardieri cinesi hanno ricominciato ad entrare nello spazio di identificazione in formazione di decine di veicoli, anche 40 alla volta, senza previo avviso e senza rispondere ai tentativi taiwanesi di contatto. 

Per dare un’idea delle forze in gioco il Pentagono nel 2020 aveva rilasciato un report in cui attribuiva alla Cina il possesso e la capacità di operare 1500 jet da combattimento e 450 bombardieri, Taiwan invece ha soltanto 400 aerei e nessuno di questi bombardiere. 

I caccia di Taiwan si sono alzati in volo anche durante questa ennesima provocazione pur essendo molto attenti a non sfidare direttamente i velivoli militari cinesi per evitare un incidente che potrebbe essere utilizzato come pretesto per la compromissione di una situazione che è già molto tesa. 

La presidente Taiwanese ha infatti espresso in un lungo intervento comparso su Foreign Affairs come le intenzioni evidenti di Pechino siano quelle di rompere quell’equilibrio raggiunto in passato per avanzare pretese sull’isola di Formosa, mentre dal suo punto di vista ed in nome della democrazia il futuro di Taiwan dovrebbe essere soltanto in mano ai Taiwanesi. 

Pur non comportando nulla nell’immediato non bisogna fare l’errore di pensare che questa situazione non implichi delle conseguenze; l’intensificarsi di queste provocazioni è segno infatti della volontà cinese di operare come nel caso di Hong Kong considerando l’importante rilevanza economica della zona. Il fondo monetario internazionale fa notare come l’area Indo Pacifica sia quella che cresca più velocemente rispetto a tutte le altre al mondo. 

Secondo il taiwanese Wang Ting-yu, legislatore del partito di governo esperto di affari esteri, ciò che il governo di Pechino starebbe portando avanti è il classico gioco di tirare l’elastico per vedere sin quanto la Cina continentale può permettersi di fare la voce grossa prima di un reale intervento della comunità internazionale; nel tirare questo elastico la Cina manda un messaggio al resto del mondo che osserva, in cui è implicito che la forza militare egemone della zona sia Lei e non gli Stati Uniti. 

Ninì Romanazzi