“Je suis Karl”, un film tedesco da giudicare con severità… ma da vedere

La visione sulla piattaforma digitale di Netflix del film tedesco, Je suis Karl, di Christian Schwochow mi ha suggerito le riflessioni della nota odierna.

Il titolo del film (che è stato presentato al Festival di Berlino di quest’anno) è ritagliato sul noto slogan francese Je suis Charlie Hebdo.

L’intento del regista è ambiguo: e vuole, verosimilmente, provocare lo spettatore. Anche un quisque de populo deve convincersi che, per almeno alcuni fatti di terrorismo islamico, la versione da dare all’accaduto può essere del tutto diversa da quella ufficialmente offerta in pasto all’opinione pubblica.

L’idea non è nuova e risale addirittura al tempo del crollo delle Torri gemelle del 2001.

Furono provocazioni francesi, all’epoca, a ipotizzare che gli attentati si fossero svolti sotto un’attenta regia del Deep State americano (CIA, FBI, Pentagono con il finanziamento delle centrali finanziarie occidentali) e del Mossad ebraico.

Nel film tedesco, la rabbia e la paura inducono i giovani europei ad abbracciare ideologie di stampo estremista con dosi massicce di xenofobia, fascismo e neonazismo (con l’ipocrisia del divieto del Sieg heil perché ritenuto di hitleriana memoria) e a progettare feroci attentati con numerose perdite umane da attribuire ai mussulmani, per rinfocolare l’odio contro gli immigrati.

La protagonista del film, una giovane, bionda ventenne, Maxi, dall’educazione progressista ricevuta in famiglia con aperture a trecentosessanta gradi verso i cosiddetti profughi, passa repentinamente nel campo opposto, dopo la morte della madre e dei suoi fratelli nell’attentato compiuto da giovani neofascisti ma attribuito subito e falsamente agli islamici, con la complicità dei mass media e delle autorità pubbliche.

Il film dimostra la fondatezza della tesi da me illustrata in altri scritti, secondo cui solo un sottile, labile e facilmente valicabile confine tiene distinta la mentalità fascista da quella comunista. Le due ideologie sono figlie dello stesso padre Hegel e seducono le stesse costituzioni psico-fisiche degli esseri umani portati all’aggressività e alla violenza.

E’ molto probabile, quindi, che la conflittualità derivante dall’accettazione o dal rifiuto dell’idealismo platonico (con la sua massiccia dose di autoritarismo) seguito dalle ideologie hegeliane di destra (fascismo) e di sinistra (socialcomunismo) caratterizzerà anche la vita politica del terzo millennio.

L’idea dei “salvatori” laici dell’umanità potrebbe dimostrarsi addirittura più persistente e duratura di quella dei fideisti delle religioni mediorientali.

E ciò, verosimilmente, per effetto della concretezza “terrena” (hic et nunc) che gli idealisti dei nostri giorni danno alla loro missione sulla Terra, senza ipotesi fantasiose di un inverosimile al di là.

Se, infatti, è molto probabile che i tempi nuovi vedano la fine della cosiddetta “guerra santa” (divenuta permanente nella forma contemporanea della jihad), perché secondo la previsione del colonnello Wilkerson, già capo di gabinetto di Colin Powell e uomo quindi di un certo rilievo dell’establishment nordamericano, (ricordata da Franco Continolo nella sua nota del 25 settembre 2021 pubblicata on line) la forza emergente degli Islamici potrebbe ritenersi soddisfatta, quando Israele non ci sarà più (il che potrebbe, probabilmente, avvenire nel giro dei prossimi venti anni), non vi sono all’orizzonte segnali positivi che possano far ritenere scomparsa, con la fine del secolo breve, la lotta tra nazifascisti e socialcomunisti.

Il film tedesco messo in streaming da Netflix, pur con la equivoca provocazione che intendeva suscitare, è una chiara e comprensibile dimostrazione della maggiore persistenza e della più aspra virulenza nel mondo Occidentale del cancro idealistico rispetto a quello religioso.

Anche se ebrei, cristiani e islamici con il denaro delle banche, dello IOR e dei Pozzi petroliferi troveranno un modo acconcio e pacifico di spartirsi l’Occidente senza più guerre sante, fascisti e comunisti troveranno altri pretesti per combattersi, distruggersi, tentare di annientarsi reciprocamente in nome dei più svariati “nobili” ideali.

E ciò continuerà a fare la gioia di chi finanzia i costruttori di armi e i ricostruttori di immobili diruti.

Luigi Mazzella