Tempi duri per individualismo, libertà e democrazia

Non è fuori luogo porsi l’interrogativo se la libertà vera, quella profonda che si differenzia da quella formale e superficiale e la democrazia come espressione concreta e reale della volontà popolare siano compatibili, nell’Europa continentale e nel Nord America, con le concezioni assolutistiche e, quindi, autoritarie e intolleranti, che sono proprie della cultura dominante nella parte prevalente dell’Occidente.

Secondo Mommsen e Gibbon la prima, sostanziale concezione della libertà sarebbe nata a Roma; la democrazia sarebbe collegata, invece al mondo greco e all’individualismo che permeava la filosofia presocratica.

Entrambe le idee si connettono a un contesto particolare, dove il singolo soggetto è amante della libertà, concentra essenzialmente sui suoi problemi, un pensiero impregnato dell’empirismo e del razionalismo dei filosofi anteriori a Platone e all’avvento delle concezioni religiose mediorientali. 

Individualismo e libertà di pensiero piena, però, non durarono a lungo di fronte all’incombere di visioni universalistiche.

La maldicenza degli Accademici del filosofo ateniese, con una serie di storielline amene su Diogene, Zenone, Epicuro  ebbe la meglio e i presocratici furono derisi, umiliati e dimenticati; il prevalere di religioni che ponevano al centro degli interessi religiosi la morte e una pretesa sopravvivenza nell’al di là in luogo della vita e del benessere hinc et nunc fece dimenticare l’antico, allegro connubio ideale con l’Olimpo e le sue divinità “umane, troppo umane”.

Il supposto Dio delle religioni monoteistiche mediorientali, feroci oppositrici di ciò che era definito dispregiativamente e illogicamente “egoismo”, come giustiziere, terrifico (e misericordioso solo con i penitentI) fece strage dell’individualismo, con i suoi corollari di libertà, di indipendenza, di autonomia e di uguaglianza nei diritti e, in buona sostanza, della democrazia, esistente nel mondo greco romano. 

Queste credenze proponevano ai loro fedeli visioni d’amore universale (di tutti per tutti) e propugnavano una  gerarchizzazione della società, mettevano alla sua testa i sacerdoti del Dio unico.

Sul piano filosofico, l’umanità cedette spazio prima a Platone, e dopo di lui, con qualche diversità, ad Aristotele secondo i quali il governo della polis  andava affidato agli intellettuali dell’epoca, i filosofi, in buona sostanza a una sorta di aristocrazia tecnocratica. 

Con due forze notevoli, l’una religiosa, l’altra filosofica, entrambe fortemente ostili all’individualismo e sostenitrici dell’autoritarismo, la libertà del singolo, l’indipendenza, l’autonomia, la separatezza della persona dalle altre cedevano progressivamente il passo al collettivismo, all’universalismo, alla confluenza dei bisogni soggettivi nel mare magnum di quelli generali e comuni alla collettività.

Anche l’anarchismo, pur definendosi talvolta impropriamente individualista, portava acqua al mulino del collettivismo: una società senza uno Stato che dia un forte sostegno forte alla libertà individuale, conduce al  caos della massa che soffoca il singolo.

Se l’Occidente è dominato quasi esclusivamente da una cultura collettivistica, religiosa e filosofica, non è azzardato sostenere che essso costituisca l’antitesi più chiara dell’idea di un sistema politico individualistico e veramente democratico (dove il demos s’intende costituito da singole individualità e non da una massa informe di cui i leader politici si sentono delegati a interpretare le confuse e indistinte esigenze).

L’individuo, a dispetto al suo anelito a pensare e agire  liberamente e a vedere protetta dalla classe preposta alla res publica la libertà personale, è indotto a prestare fede a idee religiose e filosofiche che diventano totalitarie  quando alle scelte individuali antepongono il perseguimento di obiettivi apoditticamente definiti nobili ed elevati.

Se s’induce la singola persona a mettere se stessa al servizio dell’intera società  e a sottomettersi al potere collettivo e al cosiddetto spirito civico per acquisire sovranità negli affari pubblici, libertà e democrazia se ne vanno in soffitta. 

Un sistema che si regga su due utopie, irrazionali, immaginifiche e fantasiose in quanto tali, l’una religiosa e l’altra filosofica, non può che avversare la tesi secondo cui l’individuo deve porsi al centro della conoscenza e muoversi nella direzione dei propri interessi personali. 

L’Occidente, cambiando pelle senza volerlo ammettere (l’irrazionalità è vissuta, giustamente, come una nota negativa), è riuscito a convincersi che il sistema politico da esso adottato  rappresenti tuttora un esempio di democrazia.

L’arzigogolo l’ha tratto dal filosofo esistenzialista, Jean Paul Sartre che tutti sapevano essere  un convinto comunista. A chi gli chiedeva come ritenesse possibile conciliare l’individualismo esistenziale con l’universalismo collettivistico del marxismo ugualitario, egli, con un sorprendente gioco di parole, sosteneva che da cultore delle condizioni esistenziali aveva la volontà di dare un significato alla propria vita impegnandosi per una “causa” da lui ritenuta “giusta”. Quindi, con passione e sincerità, egli aveva scelto la strada del collettivismo  universalistico. marxista e ugualitario.

Sulla stessa falsariga l’Occidente rifiuta di ammettere che l’individualismo non è più di casa per avere ricevuto l’ostracismo dagli assolutisti, religiosi e filosofici, ormai imperanti in modo presso che esclusivo.

Luigi Mazzella