Il reddito di cittadinanza e altre consimili “perle” occidentali

Anche la stampa più allineata e codina non può non raccontare i fatti di cronaca che narrano di redditi di cittadinanza elargiti a mafiosi, camorristi, ndranghetosi o, comunque, a gente che s’arrabatta, agitandosi febbrilmente, pur  godendo di quel privilegio, a cercare e a fare altri lavori per “tirare più paghe per il lesso”.

Una domanda che nessuno si pone, ed è invece di elementare importanza, è questa: se le persone che lavorano saranno sempre meno e crescerà il numero di quelle che s’industrieranno per essere variamente assistite e per fare lavori “in nero”, da chi saranno fornite le risorse fiscali per tenere in piedi il sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto Welfare? Non v’è contraddizione tra il principio di base delle liberal democrazie di fare lavorare più persone possibili per creare, con le contribuzioni previdenziali, le basi necessarie per il benessere collettivo e la pletora di sussidi, di redditi di varia denominazione elargiti a persone senza lavoro e senza voglia di impegnarsi, per consentire al maggior numero di esse il “dolce far niente” degli “scansafatiche” o la maggiore locupletazione dei soliti “dritti”? E la presenza sindacale è estranea o complice di tale perverso meccanismo?

Considerando che per un narratore non basta raccontare storie come le può descrivere chi guarda la vita degli altri dal buco di una serratura ma che sia essenziale stimolare considerazioni e riflessioni nei lettori più attenti e curiosi, ho trattato tale problema nel libro che ho finito di scrivere questa estate (“Helena o la Svezia dell’eugenetica” che ora è in lettura degli amici “volenterosi”). 

Nel Paese scandinavo, nelle mani di pochissime famiglie ricche e da queste sotterraneamente affidato, per il governo, alla gestione dei socialdemocratici che, con brevi parentesi, sono al potere da circa un secolo e che hanno potuto sempre avvalersi della “propaganda” di un sistema massmediatico fedelmente amico, immigrazioni e redditi di varia denominazione a gogò  hanno trasformato il “paradiso” descritto da giornalisti prezzolati o creduloni degli anni passati in un “inferno” che gli autori dei serial svedesi più attuali (Califat, Vinterviken e altri) descrivono in modo particolarmente efficace.

Nel romanzo scrivo, attribuendo la frase a uno dei principali personaggi femminili: “Se i fratelli Coen dicono che l’America “non è un Paese per vecchi”, io aggiungo che oramai la Svezia non è più un Paese per “bianchi. I vecchi “difensori della razza ariana” l’hanno dato in uso e comodato gratuito  a immigrati di etnie diverse.Saremo noi costrette a emigrare; verremmo in Italia se i vostri governanti la smettessero di importare da noi tutte le norme che sono state all’origine della nostra disgregazione, essendone la vera causa”.

Naturalmente il libro parla anche di altro e racconta soprattutto una storia sconcertante imperniata sull’affaire Myrdal che in Svezia è stato tenuto segreto e conosciuto solo da pochi “addetti ai lavori” per molti anni. Solo dopo molti decenni è stato svelato dalla stampa britannica. Un giornale inglese ha calcolato che fino al 1976 ben sessantaduemila giovani donne svedesi sono state sterilizzate, perché considerate facilmente disponibili per rapporti sessuali plurimi. In buona sostanza, nella Svezia, portata ad esempio, come modello, dalle liberal-democrazie occidentali, vigeva una sorta di nascosta tirannide che applicava nel Paese le regole volute da Hitler per la conservazione della purezza ariana. E ciò, con lo scopo dichiarato di “bonificare” la popolazione dagli elementi “biologicamente tarati”, da considerare “superflui” perché inosservanti delle regole di “buona cittadinanza” e “dell’etica luterana e puritana”; attraverso, soprattutto, la sterilizzazione delle donne vista anche come risposta alla “rivoluzione sessuale” che si andava manifestando prepotentemente nel Paese.

Il libro racconta la storia del pastore, Bengt Larsson e di sua figlia Helena, nonché dei medici al servizio dell’organigramma “eugenetico” svedese che avevano valutato positivamente le asserzioni del padre denunciante e sottoposto Helena, oltre che all’aborto e al taglio dei condotti seminali, a una cura psichiatrica basata su ripetuti elettroshock. Nessuno, però, aveva detto alla ragazza che durante l’operazione per l’aborto, era stata resa “sterile” per sempre.

La storia dell’Occidente comprende anche questa “perla” e ho ritenuto interessante e utile raccontarla.

Luigi Mazzella