Rubrica Oltre il recinto – Figlio mio, carissimo

Sono seduto accanto a te
e tu scrivi di me.
Ti dono tutto.
Ti dono me stesso.
Mi puoi toccare, accarezzare,
vedere, amare, respirare.
E invece hai paura.

Mi reprimi, mi soffochi, mi eviti.
Sei ancora schiavo.
Hai bisogno di leggi e di obbedienza
perché hai disperso
la potenza divina.
Devi sacrificarti
per riconquistare
il paradiso perduto
da cui – tu affermi –
io ti ho cacciato.

Mi cerchi
ma non mi riconosci.
Molti ti hanno parlato di me
ma nessuno ha osato raccontarti
come vivo e agisco in te.
La difesa ha completamente oscurato la luce.
La carne ha completamente oscurato il corpo.

Anche i tuoi figlipallidi e malati
nascono senza luce
in un ventre senza piacere.
Naturalmente
io sono sempre con te
ma tu non lo sai.
Sentirmi vibrare in te
genera angoscia.
Così mi hai allontanato:
in cielo, nella speranza,
in un grande domani
verso cui tendere la mani.
Sogni il miracolo
e ignori che ogni momento
sei un miracolo continuo.
Assapori momenti d’anima
ma non sai da dove vengono
né dove vanno.

Non puoi dire la verità
perché il tuo corpo rachitico
si è atrofizzato.
Ogni tuo movimento
è separato, diviso, chiuso.
La vita dice la verità
in ogni suo movimento.
Comprendi ora?

Puoi adorare la verità.
Trasformi così la tua realtà
in una valle di lacrime
opposta ad un meraviglioso aldilà.
Da questa disperata confusione
sei costretto a scrivere di me
a parlare di me
a leggere di me.

La vita
non ha bisogno di essere aiutata,
solo di non essere disturbata

Salvatore Porcelli