Afghanistan e la guerra dei vinti

Sui 20 anni di guerra in Afghanistan solo alcuni dati sono certi: il numero dei morti e la somma spesa per finanziarla. Secondo il report Costs of war elaborato dal Watson Institutedella Brown University, 241 mila sono stati i morti tra civili e militari e 2.261 miliardi i dollari spesi dagli USA. A questi vanno aggiunti i morti dovuti alle conseguenze indirette della guerra come malattie, mancanza di cibo, di acqua e di infrastrutture. Ai costi vanno aggiunti quelli per l’assistenza a vita dei veterani americani, quelli per l’addestramento dell’esercito nazionale afghano, costato circa 70 miliardi, gli interessi futuri sui soldi presi in prestito. Poi ci sono da aggiungere anche le somme spese dai Paesi Nato. L’Italia vi ha speso circa 10 miliardi di dollari, 30 il Regno Unito, 19 la Germania. Insomma, dopo la Seconda Guerra Mondiale e quella in Iraq, quella in Afghanistan è stata la guerra più costosa. A questo punto, la domanda che potrebbe sorgere spontanea è: almeno ne è valsa la pena? Ammesso che una guerra possa portare dei benefici! A dire il vero oggi, con l’ausilio di una maggiore consapevolezza, ciò appare un ossimoro insopportabile e difficilmente conciliabile. Un tempo, l’invasione dell’esercito americano in Europa ci liberò dal nazifascismo, per nostra fortuna.

Oggi, dopo vent’anni di invasione, i Talebani (studenti del Corano istruitisi nelle madrasse pachistane) che comunque afghani sono, in una settimana dal ritiro dell’esercito americano si sono ripresi senza sforzi eccessivi ancora una volta il loro Paese. Il fallito tentativo di esportarvi la democrazia ha dimostrato ancora una volta che quelle popolazioni non sono ancora pronte per questo “innaturale innesto”. Sapranno loro quando saranno pronti e soltanto a loro toccherà la gestione della eventuale e graduale transizione. Certo, nel frattempo, se vogliono guadagnarsi la fiducia della popolazione, i Talebani dovranno cominciare a concedere i sacrosanti diritti alle donne, come affermano di volere fare, sempre nel rispetto della legge islamica (promessa tanto impegnativa quanto vaga), senza pretendere medievali, barbari doveri da loro.  

  In ogni caso, bisogna farsene una ragione. Dal di fuori nessuno può stabilizzare l’Afghanistan. Le spinte destabilizzanti e gli interessi in campo sono molteplici: da quelli dei signori della guerra a quelli delle varie etnie, dagli interessi degli occidentali, più che altro economici, a quelli della Cina e della Russia. Tutti interessi in conflitto tra di loro. Soltanto gli afghani possono trovare un equilibrio stabile e conveniente per loro stessi. In ogni caso hanno ancora vinto loro, i Talebani, mentre la guerra l’ha persa l’Occidente che adesso con loro dovrà trattare se ha veramente a cuore i diritti delle donne e anche degli uomini afghani ad una vita dignitosa. Dato che dopo 20 anni l’Afghanistan si trova ancora agli ultimi posti della classifica dei Paesi più poveri del mondo. L’Occidente dovrà trattare con questo sfortunato Paese anche per non lasciare le trattative soltanto nelle mani di Cina e la Russia. Si chiama realpolitik, anche se gran parte della politica italiana e dei suoi principali media sono capaci soltanto di attaccare il Presidente del M5S Giuseppe Conte che ha detto, come tanti altri leader europei e non, che si deve trattare con i Talebani. Da che mondo è mondo, gli sconfitti trattano con i vincitori di una guerra, volenti o nolenti. In Italia lo si dimentica. Poi però, nessuno che difenda i diritti delle donne e dei cittadini di altri Paesi islamici messi non certo meglio dell’Afghanistan. Il leader di Iv (e i suoi sodali), amico del principe saudita Bin Salman, definisce l’Arabia la culla del neo-Rinascimento, sorvolando sulla reale condizione delle donne e della stampa saudita. Ci si dovrebbe semmai  soffermare su come aiutare economicamente il popolo afghano. Ci pensate quante infrastrutture civili e quanta economia afghana si sarebbero potuto finanziare con tutto il denaro speso in 20 anni di guerra? E tutte le vite umane che si sarebbero potute risparmiare? Oggi questo dovrebbe essere il nocciolo delle trattative occidentali e non, se si vogliono realmente risollevare le sorti sociali ed economiche dell’Afghanistan: fare investimenti civili e non più militari, magari in cambio del rispetto reale dei diritti delle donne da parte dei Talebani.

  Concludo riportando il pensiero di Gino Strada in proposito: “La guerra piace ai politici che non la conoscono. Che votano perché l’Italia invada l’Afghanistan, senza essere in grado di piazzare l’Afghanistan su una piantina muta del pianeta. La guerra piace a chi ha interessi economici, che se ne sta ben distante dai teatri di guerra. Chi invece la conosce si fa un’idea molto presto. Io che non sono tanto furbo ci ho messo qualche anno a capire che non importa perché c’è una guerra. Non importa se la si chiama guerra contro il terrorismo, guerra per la democrazia, per i diritti umani. Guerra per questo, per quello. Ogni guerra ha una costante: il 90 % delle vittime sono civili, sono persone che non hanno mai imbracciato un fucile. Sono persone che molto spesso non sanno neanche perché gli scoppia una mina sotto i piedi o gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e dai potenti, che poi ci mandano a morire i figli dei poveri. Questa è la realtà.”.     

Angelo Lo Verme