La madre dell’euro

All’indomani della Unità d’Italia si presentò la enorme questione della moneta unitaria. Alle numerose monete preunitarie si doveva sostituire una unica moneta e il neo stato unitario doveva farlo, quanto meno per assomigliare -almeno nelle forme- alle altre nazioni. Inoltre questa moneta nuova doveva essere accettata anche fuori dall’Italia e in tempi di grandi turbolenze nel valore dei metalli nobili la cosa era molto complessa. Per farlo si pensò di chiedere lumi ai francesi cui i savoiardi erano culturalmente affini e subalterni; quindi assieme a loro si decise di stilare un Trattato che definisse il valore (il contenuto in oro e argento) delle monete rispettive.

Pochi giorni prima del Natale del 1865 Francia, Italia, Svizzera e Belgio vararono la Unione Monetaria latina (di cui ormai si è persa ogni reminiscenza) che altro non era che uno spazio economico nel quale le monete aderenti circolavano liberamente perché avevano lo stesso contenuto in metallo e quindi erano accettate dalla comunità imprenditoriale al cambio fisso di uno a uno.

Uno spazio economico francese che applicava agli altri la normazione francese in vigore fin dalla fine del secolo precedente nel quale -come poi accadrà in eurolandia- se pagavi con la tua moneta guadagnata in Italia eri certo che sarebbe stata accettata in ogni angolo di quello spazio; trattato cui aderirono poi altre nazioni di ogni parte del mondo. Era il primo euro della età moderna ottenuto, applicando a chi aderiva, le regole pensate per la Francia; né v’erano cambi tra una nazione e l’altra: vigeva il cambio fisso esattamente come per l’euro.

Le regole erano errate -ma nessuno lo sapeva- sia sul piano teorico che pratico e quindi la Unione ebbe vita molto grama già prima della Grande Guerra; infatti ogni economia locale continuò ad andare per conto suo con una propria moneta che si sganciò dal cambio fisso; infatti mai nessuno pensò di incaponirsi ad andare contro quello che il mercato e più in generale gli eventi imponevano. In ognuna delle nazioni aderenti accaddero cose specifiche ed ognuna di esse ebbe una sua vita propria come si confaceva alla mentalità dell’epoca; per questo tutti entrarono nell’era industriale.
Per fortuna, diremmo noi, che invece viviamo in un periodo in cui i burocrati pensano di avere il diritto di imporre al mercato quello che vogliono; infatti i dipendenti pubblici europei comodamente seduti sui loro stipendi faraonici pensano di sapere più di tutti gli altri e non ritengono importante che la unitarietà del cambio verso l’esterno può danneggiare alcuni e favorire altri o che la unitarietà del tasso di interesse praticato dalla banca centrale può essere un regalo per certuni e un danno per altri. Se fai quei favori -che altro non sono che rafforzamento dei forti attraverso l’annullamento del cambio e del tasso di interesse specifico per ogni economia- poi tutto si traduce in collasso delle locali economie danneggiate da questa disparità di effetti dovuti alla unitarietà di trattamento.

Anche l’euro di oggi è stato pensato copiando da un modello -quello del marco- che veniva considerato da imitare e da applicare in tutta l’Europa. Si è caduti così nello stesso marchiano errore del 1865 di applicare una moneta e la sua “filosofia” anche ad altre economie laddove la moneta è la espressione di una economia specifica e non l’inverso. Addirittura qualcuno -più incompetente della media- vuole fare un fisco unico e una legge bancaria unica con il risultato certo che nei centri minori non vi sarà un solo sportello bancario e nessun investimento, neanche per aprire un bar. Fenomeni già in essere come il sud testimonia.

Per chi sa di non essere competente l’unica cosa da fare è copiare; e così è stato fatto nel 1865 copiando dai francesi e nel 1990 copiando dai tedeschi reiterando l’errore; si sa, errare è umano, ma se ripeti l’errore vuol dire o che sei incapace anche di imparare dagli errori o che ci marci.
Meglio non saperlo ma più presto li cacciano a tutti, più presto -forse- riusciamo a riprenderci.

Canio Trione