Riemendamenti di Conte sulla Riforma della Giustizia dell’ex Ministro Bonafede

Il titolo ovviamente è provocatorio e vuole quanto meno ripristinare il corretto nesso concettual-lessicale relativo all’approvazione in Parlamento della Riforma o Controriforma Cartabia. Nesso, purtroppo, fortemente distorto dalla cronica e voluta amnesia di taluni importanti mezzi di “disinformazione”, che normalizzano le abnormità nel tentativo di anestetizzare i lettori. Riforma che, nonostante la differenza sostanziale di cui si è arricchita dopo gli emendamenti voluti strenuamente dall’ex Primo Ministro Giuseppe Conte, non è per niente soddisfacente ma piuttosto è un provvisorio sventato tentativo di restaurazione ancora peggiore, se possibile, delle cosiddette “leggi vergogna” del passato. Provvisorio perché gli emendamenti di Conte resteranno in vigore fino al 2024: dopodiché, se non si riforma la Giustizia nel vero senso voluto dall’Europa, cioè velocizzare i processi ma non cancellarli, alcune centinaia di migliaia di questi diventeranno improcedibili, compresi quelli per mafia, terrorismo, stupro, ecoreati (purtroppo, per soli 5 voti, non è passato l’odg del gruppo Parlamentare ecologista FacciamoEco di Rossella Muroni per salvare dalla improcedibilità anche i reati ambientali) e altri reati gravi.

Al momento per i reati sopra detti il pericolo è stato scongiurato grazie a Conte e ai 5S che egli rappresenta, i quali sono riusciti ad allungare i tempi di prescrizione di tali processi, altrimenti a settembre, subito dopo l’approvazione definitiva in Senato, avrebbe significato che le vittime non avrebbero potuto più avere né giustizia e nemmeno risarcimenti e gli innocenti avrebbero perso il diritto alla verità processuale, che è ancora peggio della tagliola della prescrizione del reato, che quantomeno si può rifiutare; e di solito tale istituto lo rifiuta chi è innocente e preferisce essere assolto e non prescritto. L’obbrobrio frankensteiniano che era stato assemblato nel precedente Cdm che porta il nome dell’attuale Guardasigilli Marta Cartabia, infatti, avrebbe reso improcedibili tutti quei Processi d’Appello, senza alcuna distinzione inerente la gravità del reato, che non si fossero completati entro due anni e un giorno dalla sentenza di primo grado; per la Cassazione entro un anno da quello d’Appello.

Ora, considerato che la durata media di un Processo d’Appello in Italia è di 759 giorni, e che quindi, da qualche parte è una necessità matematica che ci sono processi che durano di più di tale media, alcuni molto di più, in particolare nei Tribunali del Sud, è evidente che la scelta dei due anni di tempo è scellerata. In un Paese normale sarebbe bastato accelerare più possibile la realizzazione delle già previste misure per velocizzare i Processi del 25 % dall’ex Ministro Alfonso Bonafede, come l’assunzione di personale (quasi 22.000 in 5 anni a tempo determinato) e la digitalizzazione dell’iter processuale per smaltire il lavoro arretrato e quello corrente. Assunzioni che sarebbe bene stabilizzare entro le scadenze con ulteriori investimenti. Invece, siccome l’Italia un Paese normale non è, la Contro-Riforma Cartabia aveva inteso (e intenderà fra tre anni salvo oculata riforma) drasticamente di risolvere il problema evitando il problema stesso: i Processi, in effetti in media troppo lunghi. Come dire: le norme e la burocrazia rallentano l’efficienza amministrativa? Annulliamo le norme e la burocrazia e ognun faccia ciò che vuole. Le carceri sono piene? Bene, aboliamole. Le liste d’attesa nella Sanità sono troppo lunghe? Annulliamo le visite direttamente.

  Martedì scorso il Ddl così emendato è stato quindi votato e approvato alla Camera, non senza tensioni e mal di pancia, con 396 voti a favore, 57 contrari, 3 astenuti e oltre un centinaio di malpancisti assenti. A settembre verrà votato in Senato. Se il Ddl, com’è quasi certo, anche in questo ramo del Parlamento verrà approvato, esso diventerà Legge dello Stato e prenderà il nome della Ministra che inizialmente aveva avallato qualcosa di completamente diverso. A mio avviso i toni trionfalistici di tutti quelli che ora si intestano una Riforma che avevano voluto diversa, dimostrano soltanto: o che sono smemorati e non si ricordano quello che avevano sostenuto il giorno prima, oppure che sono stati incapaci di abbozzare una Riforma decente e, quando un esperto come Giuseppe Conte glielo ha fatto notare, hanno dovuto cedere ai suoi emendamenti, intestandoseli per non sfigurare, anche grazie alla complicità della disinformazione che sostiene ad oltranza l’establishment.

“E sorprendente ciò che puoi realizzare se non t’importa di chi si prenderà il merito.” (Harry Truman). Almeno Giuseppe Conte potrà consolarsi per l’avvenire. Una terza ipotesi poi è che, ammantati di un garantismo alquanto peloso, intendevano non velocizzare i processi ma salvare i rei dai processi. Fatto sta che il Ddl per la Riforma del Processo Penale proposto dall’ex Ministro Alfonso Bonafede e approvato dall’allora Governo Conte il 14 febbraio del 2020, non ha ricevuto il beneplacito di parecchi cosiddetti garantisti, con l’epilogo della caduta del predetto Governo stesso e l’inizio di quello Draghi. Ora l’ex Guardasigilli ha dovuto votare a malincuore la (Contro) Riforma Cartabia, precisando che non era il testo che avrebbe voluto. E come lui, tanti altri si sono turati il naso preferendo al momento il male minore.

  Anche molti giuristi, Magistrati come i Dottori Gratteri, Davigo (in pensione), Scarpinato,  parecchi consiglieri del CSM, il Presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia, hanno criticato la (Contro) Riforma Cartabia, ritenendo anche loro un male minore quella emendata dal M5S. Non sono facilmente accettabili norme come quella che mina l’indipendenza della stessa Magistratura e l’obbligatorietà dell’Azione Penale, con la quale si delega al Parlamento la decisione della priorità dei reati da perseguire. Come si sa, da noi il legame tra il Parlamento e la Magistratura è ancora molto lontano dalla maturità necessaria per fare scelte ragionevoli e disinteressate riguardo a tali priorità, quindi una norma simile sarà altamente divisiva e foriera di aspri scontri. Come non è affatto accettabile da parte delle vittime, né da parte dell’opinione pubblica, l’improvvisa improcedibilità di importanti Processi in corso quali quello sulla Trattativa Stato-mafia, sul crollo del ponte Morandi a Genova, sul disastro della funivia di Rigopiano, ecc. Infatti, in base al principio della retroattività della legge penale più favorevole, previsto dall’articolo 2, comma 4 del Codice penale, è probabile che tali e altri processi si estinguano. Testualmente l’articolo recita: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”. Insomma, ne vedremo di ingiustizie, specie dopo il 2024.

     Angelo Lo Verme