Banche: un altro passo verso il baratro

Esiste una concreta probabilità che si formi un mega blocco bancario attorno ad Unicredit formato dall’assemblamento di MPS o sue parti, Banca Popolare di Bari, Carige, e magari altri ancora. Cosa significa?
In primis balza agli occhi il disprezzo per la opinione pubblica e per le Istituzioni pubbliche rappresentative. Nessun politico che sappia nulla di questo progetto e nessun dibattito; anche se esiste una Commissione Parlamentare sulle banche voluta proprio per gli svarioni che sono stati commessi nel settore ormai da anni e anche se la portata di una cosa del genere è certamente significativa per il futuro della nostra economia.

Stesso trattamento sarà riservato agli azionisti che saranno avvisati a cose fatte e gli sarà detto che meglio di così è impossibile. Azionisti (che il diritto vigente considera ancora i padroni delle banche anche se sembra che qualcuno se ne sia dimenticato) che sono gli stessi che si sono dissanguati quando gli hanno chiesto danari freschi per “rilanciare” MPS o Carige o altre salvo poi a ritrovarsi pochi mesi dopo con un pugno di mosche in mano; e che oggi attendono un minimo di ristoro che diverrà sempre più lontano e misero.

Peggio ancora è da dire della clientela che perderà forza contrattuale sia per la riduzione delle banche operative sul mercato, sia per la certissima riduzione degli sportelli, sia per l’accentramento decisionale che porrà sia le famiglie che le imprese più piccole alla mercè delle famigerate decisioni della “sede centrale”. Cosa che già abbiamo sperimentato con altre banche monstre nazionali ed internazionali.
Ma qui c’è dell’altro. Il management è internazionale con passaporti di tutti i tipi dagli inglesi, ai cinesi, ai tedeschi… si dirà che la competenza non conosce frontiere ma si dice pure che questo significa spersonalizzare la banca; cioè decontestualizzarla e deterritorializzarla. Quindi è stato deciso che anche questo nuovo assemblaggio di banche fallite o fatte fallire, debba essere quel santuario di impenetrabili tecnicismi che non solo non servono all’economia ma allontana il mondo della banca dalla realtà concreta; e da quella dei territori in cui opera. Infatti statuire che esiste un modo di fare banca migliore degli altri perché si affidano le decisioni alle regole statuite una volta per tutte da oscuri algoritmi privi di creatività, significa che non esiste più la banca come la conosciamo, ma un ammasso di tecnicalità, procedure e burocrazia bancaria.

La tecnologia rende possibile immaginare una mostruosità del genere e i “super tecnici” di tutto il mondo fanno a gara a chi supera tutti gli altri con modelli e software sempre più “avanzati”. In tutto questo parlano solo le carte: i bilanci, le asseverazioni, le perizie… cioè tutte quelle documentazioni spesso addomesticate o, quanto meno opinabili ed esposte alle intemperie del mercato; per poi accorgersi che può trasformarsi una tripla A (come era Lehman o Parmalat ma anche molti altri) in default in pochi minuti. L’esperienza di migliaia di banchieri veri come il grandissimo Amadeo Giannini (fondatore di Bank of America) che hanno letteralmente creato la parte buona del sistema capitalistico di cui oggi beneficiamo, viene consegnata alle memorie di un tempo superato; quasi una esperienza da cui prendere le distanze e non da copiare e attualizzare come invece dovrebbe essere.

Nel nostro caso vi sono anche perdite da ripianare cui penserà – ob torto collo – il contribuente con generosi sgravi fiscali.
Cioè questa ammucchiata è un ulteriore passo verso il baratro; il baratro di una filosofia efficientista e mondialista che si sa fin d’ora che è andata a sbattere già alcuni lustri fa e che si regge solo per gli interventi della BCE.

Canio Trione