Incendi boschivi e l’autocombustione criminale

Ogni estate, puntuale, si ripresenta l’emergenza incendi boschivi. In questi giorni i  Carabinieri forestali hanno intensificato l’attività di prevenzione degli incendi boschivi sul territorio nazionale con fototrappole, videosorveglianza, droni e il supporto operativo degli elicotteri dell’Arma. 

È stata intensificata la vigilanza nelle aree ricadenti nei parchi nazionali, con particolare attenzione al Cilento, al Gargano e al Pollino; aree considerate tra le più a rischio a livello nazionale, insieme alla Pineta di Castelfusano che, negli anni, è stata oggetto di mirati incendi.

Per l’emergenza incendi, immancabilmente, viene richiamata la solita panzana dell’autocombustione, fenomeno rarissimo. In realtà gli incendi boschivi sono al centro di molteplici interessi e coinvolgono diverse tipologie di criminali, dallo “svitato” al delinquente professionista.

Tempo fa, in riferimento ad una particolare emergenza siciliana verificatasi allora sui Nebrodi, ironizzando sul concetto di autocombustione, parlai di “autocombustione di origine mafiosa”. Allora, per rappresentare il processo chimico fisico dell’ “autocombustione mafiosa” feci ricorso alla tradizionale immagine del triangolo del fuoco, con i lati che rappresentano i tre elementi necessari per la combustione: combustibile, calore e ossigeno.

Il combustibile è rappresentato dai soldi, dai fondi stanziati per varie attività che vanno dalla prevenzione alla riforestazione ai contributi europei per i pascoli, senza lesinare interessi locali di piccolo cabotaggio.

Il calore è quello sprigionato dall’abbraccio scellerato con il mondo affaristico-collusivo dei colletti bianchi, dalla corruttela dei funzionari pubblici, dalla connivenza con gli addetti al controllo che si “mettono a disposizione”.

Infine, l’ossigeno, quello dei protettorati politici a livello locale e nazionale che aprono le porte ai fondi e contributi economici, agli appalti e alle convenzioni. 

Dinamiche simili, sostituendo l’aggettivo “mafioso” con “criminale” e cambiando aspetti e situazioni particolari, si possono individuare, grosso modo, anche altrove.

La normativa in vigore dispone che i Comuni devono censire annualmente, tramite apposito catasto, i terreni percorsi dal fuoco in modo da applicare con esattezza i vincoli previsti, che vanno dal divieto di esercitare la caccia o la pastorizia, per un periodo di dieci anni, al divieto di modificare la destinazione d’uso dell’area per 15 anni, all’impossibilità di realizzare edifici. Ma questo è uno degli aspetti più palesemente disattesi. La “mappatura” delle aree incendiate rappresenta un’occasione unica per analizzare il fenomeno degli incendi boschivi secondo una pluralità di chiavi di lettura che vanno dall’aspetto sociologico a quello criminologico a quello sanzionatorio, fornendo allo stesso tempo la possibilità di interventi diversificati e mirati in termini di informazione, prevenzione e repressione. La mancata realizzazione dei catasti si traduce in favoreggiamento di speculatori e devastatori dell’ambiente, specialmente in regioni a rischio malavita, dove le inadempienze amministrative possono essere dettate dalla criminalità organizzata o da interessi locali.

Ciro Troiano