Reportage dall’isola di Pantelleria. Il racconto di un viaggio

Il viaggio è stato tranquillo e con puntualità svizzera alle ore 20.00 come previsto giungiamo al porto di Pantelleria. Ancora il sole è alto quanto basta per ammirare i magnifici colori del paesaggio pantesco con la giusta luce, né troppo abbagliante né troppo scialba. Appena la nave attracca gli operatori addetti danno inizio alle operazioni di sbarco. Da sopra il ponte telefoniamo al proprietario del dammuso che abbiamo affittato per avvertirlo del nostro arrivo e ci dice che già si trova al porto fornendoci i dettagli della sua posizione. Un paio di trattori cominciano a darsi da fare per trainare i container posti davanti. Con mia moglie scendiamo e assistiamo alle operazioni dal suolo pantesco, dato che il calore dentro la stiva di ferro è insopportabile e la nostra macchina si trova nella parte centrale.

Dopo una decina di minuti è il turno della nostra auto. Mi “inforno” ancora nella stiva, procedo verso l’auto, salgo, metto in moto, aria condizionata al massimo e mi avvio per sbarcare. Mentre scendo il ruvido portellone-ponte levatoio e i pneumatici trabalzano rumorosamente nell’attraversarlo, vedo mia moglie da lontano che conversa col proprietario del dammuso che ci ospiterà per due settimane. Quando li raggiungo ci salutiamo e ci presentiamo. Noto fin da subito che è un signore molto tranquillo e gentile, come del resto si riveleranno anche gli altri panteschi che avremo modo di conoscere durante la vacanza. Aspettiamo che sbarcano gli altri inquilini e poi lo seguiamo per condurci ai rispettivi dammusi, le tipiche abitazioni pantesche in nera pietra lavica che si mimetizzano perfettamente col paesaggio, fresche d’estate e calde d’inverno, anche se le estati pantesche, specie nelle contrade, sono abbastanza fresche e d’inverno non si scende mai sotto i 17° mi informa orgoglioso il proprietario: un vero Paradiso! Tutti hanno il tetto bianco (per respingere i raggi solari) a volta che serviva alle origini per convogliare le acque meteoriche nelle cisterne. Alcuni dammusi per la verità sono interamente dipinti di bianco e spiccano sotto il sole con vaghe note arabeggianti.

  Appena fuori dal porto, la parte periferica del paese di Pantelleria non si presenta molto bene, con grigi capannoni in apparenza abbandonati ed erbe secche sugli spiazzi e sui cigli della strada. Insomma, c’è qualcosa che trasmette un senso di incuria e di abbandono. Per fortuna è solo qualche centinaio di metri di periferia a dare questa impressione; appena inizia la strada di campagna in direzione di Scauri, infatti, il paesaggio cambia totalmente e anche se la luce ormai è scarsa, comunque lascia ancora intravvedere alla nostra sinistra gli sbiaditi contorni dei numerosi dammusi con la rigogliosa vegetazione di buganvillee, oleandri, fichi d’india e palme, e i numerosi terrazzamenti sostenuti dai muri a secco di pietra lavica perfettamente allineati, le murìcce o macìe, che con i dammusi e il paesaggio creano un’assoluta armonia di forme e colori. Alla nostra destra si susseguono mai monotone e anzi in varie forme, rocce di nera sciàra sempre più digradanti verso il mare man mano che saliamo: “l’artista” che le ha create doveva essere un grande creativo a quanto pare. La perimetrale, lunga 40 chilometri intorno all’isola, è stretta all’inverosimile fra le nere muricce che la delimitano; praticamente un budello dove due automezzi specie in curva rischiano costantemente la collisione se si guida con poca prudenza; poi, come abbiamo avuto modo di constatare nei giorni seguenti, se malauguratamente s’incontra una di quelle grosse autobotti di cui l’isola è piena d’estate per l’approvvigionamento idrico delle contrade dove l’acqua non è canalizzata, o quando questa scarseggia, bisogna fare retromarcia e trovare uno slargo di fortuna per permettere al bestione di proseguire. Comunque sulle strade, ma anche altrove, tutti sono calmi e gentili, nessuno osa strombazzare col clacson se c’è fila e si fa quasi a gara per dare la precedenza, contrariamente di altri posti: i ritmi molto più naturali dell’isola non stressano la gente. Dopo circa 15 chilometri arriviamo a Rekale, la contrada dove alloggeremo nei prossimi 14 giorni di vacanza. E’ già buio e scarichiamo la macchina alla luce della lampada della veranda. Dopo avere sistemato tutto e cenato andiamo a letto che è mezzanotte inoltrata.

  Il risveglio con il cinguettio degli uccelli è bellissimo. Alla luce del sole il posto è meraviglioso; dall’alto e in lontananza si vede il bellissimo mare di una rara tonalità di azzurro. Approfitto per fare una lunga passeggiata e proseguendo la perimetrale che da un certo punto in poi si fa ripida per alcuni chilometri, tra salite e al ritorno discese, cammino per circa due ore fra paesaggi in parte riarsi ma sempre dai colori incantevoli. Sulle nere muricce i rovi selvatici sono carichi di more nerissime di cui faccio incetta gustandone il sapore intenso e dissetandomi nel contempo. Ai ricchi rovi si alternano capperi selvatici pendenti e arbusti vari. Sulla destra si vede costantemente il declivio di terreno lavico chiazzato da stenti frutici vari e poi a picco la profonda scogliera sconquassata dal mare un po’ agitato, nella quale l’azzurro intenso si mischia con la bianca spuma e il nero degli scogli dalle forme più varie e fantastiche. Il bello di quest’isola sufficientemente estesa è che se da un lato il mare è grosso, dall’altro, essendo riparato, si trovano acque più tranquille per la balneazione. Sulla sinistra, all’inizio i piccoli appezzamenti delimitati da basse muricce sono poco scoscesi e coltivati a capperi e vitigni di zibibbo i cui lunghi tralci tutti distesi a terra mi fanno sembrare quei vigneti abbandonati. Altrove, di solito sono legati ad appositi paletti, ma poi scopro che un motivo c’è: lasciando i vitigni distesi a terra, essi non vengono sconquassati dal forte vento pantesco. Poi, salendo la perimetrale per qualche chilometro il paesaggio diventa quasi brullo e del tutto selvatico; vi sono qua e là sporadici dammusi dirupati con i terreni circostanti incolti che mano mano lasciano il posto a varie colline, le “cuddìe”. Più in alto troneggia la Montagna Grande, alta 836 metri, la cui cima è coperta da una fitta nebbia. Più volte incontro per strada i conigli selvatici che terrorizzati dalla mia presenza fuggono come saette. Ritorno indietro perché il sole comincia a picchiare. Ogni tanto c’è qualche “giardino arabo”, un’alta recinzione perfettamente circolare in pietra che protegge dai venti gli agrumi.  

  Scendendo verso casa incontro una vecchietta che raccoglie capperi. E’ piegata innaturalmente su se stessa, china con le gambe dritte e la testa che tocca pressoché i suoi piedi, quasi fosse una contorsionista. La saluto e amabilmente conversiamo un po’. Alzatasi, alla mia domanda, mi spiega, infatti, che i tralci di zibibbo li lasciano appositamente a terra per evitare di farli strapazzare dai forti venti che perennemente spirano sull’isola (per 300 giorni l’anno, da qui l’appellativo di “Isola del Vento”). Le chiedo dove vendono i capperi e quanto glieli pagano. Mi risponde che li portano in Cooperativa dove vengono selezionati e confezionati; se sono composti in prevalenza da “puntine”, capperi piccoli, arrivano a valere 15 € al chilo, ma poi c’è da togliere 1 o 2 € di spese della Cooperativa. Mi spiega che queste sono le ultime raccolte dell’estate. La ringrazio augurandole buon lavoro e ci salutiamo cordialmente, e ritorna nella posizione da contorsionista. Un’altra mattina un contadino alle mie domande risponde che in un giorno lui che è da molti anni che raccoglie capperi, arriva a raccoglierne anche 20 chili, ma la media è di 15, 16 chili al giorno. Da lui apprendo anche che iniziano all’alba col fresco e staccano a mezzogiorno perché poi la pianta si ammoscia e non è più possibile raccogliere. Scendendo ancora incontro un tabellone con la scritta: “REKALE  –  242 mt s.l.m.”.

  Soddisfatto mi avvio verso casa ma non prima di aver raccolto un pugno di more che avvolgo in un fazzoletto di carta per mia moglie, e un altro di capperi e di finocchietti selvatici, che sistemo alla meglio nei tasconi dei pantaloncini sportivi. In mano porto pure un grappolo di dolce Zibibbo che comincia appena a maturarsi. Arrivando così carico cito a mia moglie un detto siciliano: “A gaddrina ca camina s’arricampa cu la vozza china.” Che cosa?, mi chiede sorpresa. Glielo traduco pur essendo anche lei siciliana ma un po’ ignara della cultura contadina. “La gallina che va in giro torna con il gozzo pieno.” Ci mettiamo a ridere. Facciamo colazione in veranda mentre le racconto il paesaggio appena visto e pianifichiamo la giornata che si preannuncia ricca di meraviglie.

  Uno dei posti più incantevoli è il lago “Specchio di Venere” o “Bagno dell’acqua”; di origine vulcanica, è alimentato da acque meteoriche e da venute termali. Lo si scopre all’improvviso dall’alto appena si gira una curva e lo spettacolo è davvero mozzafiato. Non avevo mai visto uno specchio d’acqua così ricco di sfumature azzurre e turchese! La leggenda racconta che la “Dea Venere” soleva specchiarsi in esso. L’acqua è calda e placidissima, praticamente una grandissima piscina naturale, l’ideale per lunghe nuotate e adatta per famiglie con bambini poiché l’entrata è bassa e sprofonda gradualmente fino a un massimo di 13 metri nella conca centrale. La nera fanghiglia sulfurea del fondale viene usata dai bagnanti per spalmarsela sul corpo in quanto ricca di proprietà cosmetiche ma anche terapeutiche. Ancora oggi l’isola è interessata da vari fenomeni di vulcanismo secondario quali le “Favare” con getti di vapore acqueo ad alta temperatura; le “Stufe” o “Bagni Asciutti”, grotte che esalano vapore acqueo; le “Mofete” dove ci sono esalazioni gassose in prevalenza composte da anidride carbonica; la “Grotta di Sataria” e le vaschette di “Cala Gadir”, dove ci si può immergere in un’acqua così calda che arrossa la pelle. Questi sono sfoghi provvidenziali di un vulcano mai assopito ma che non erutta da 160 mila anni e non provoca allarmanti scosse sismiche.

  Molteplici sono le calette dove potere andare a fare il bagno in un mare limpidissimo dove immergendosi si possono vedere una miriade di pesci colorati e spesso la poseidonia, l’unica pianta erbacea che si è adatta a vivere sui fondali marini e che è sicuro indice di mare incontaminato. “L’Arco dell’Elefante” forse è la più suggestiva se non incredibile, difatti, come dice lo stesso nome, la natura durante la colata lavica si è divertita a formare un arco che poggia sul mare e che assomiglia inconfondibilmente alla proboscide di un elefante. Di grande interesse è il “Museo Vulcanologico” dove si può assistere a un filmato di mezz’ora che racconta le origini geologiche dell’isola formatasi a partire da 300 mila anni fa da numerose eruzioni vulcaniche, della flora e della fauna, delle quali specie, molte sono endemiche data la distanza dalle altre terre, e ci racconta anche un po’ di storia recente. Il primo popolo che approdò sull’isola è quello dei “Sesi”, che 8 mila anni fa vi giunse dalle vicine coste dell’Africa settentrionale (le punte più estreme fra le due terre distano solo 37 miglia, mentre quelle con la Sicilia 47 miglia) alla ricerca dell’ossidiana, vetro lavico da cui ricavavano attrezzi taglienti e punte per le armi. Era un popolo dedito alla caccia, ma anche all’agricoltura e alla pastorizia (ciò è testimoniato dal ritrovamento di molte carcasse di bovini e ovini durante i numerosi scavi effettuati), che si insediarono nelle zone di “Mursia” e di “Cimillia” e costruirono un villaggio formato di piccole abitazioni dette “Capanne”, difeso da una cinta muraria, il “Muro Alto”, da eventuali attacchi dall’entroterra. Solo di recente si è capito che alcuni megaliti da loro lasciati avevano funzione sepolcrale. 

  Assolutamente da non perdersi è il periplo dell’isola che parecchi proprietari di barche organizzano a prezzi tutto sommato modici.  Noi abbiamo scelto quello organizzato da Franco detto “’u Perizoma”, un personaggio davvero unico sull’isola e da tutti conosciuto. Partenza alle ore 10.00 in punto dal porto di Pantelleria e rientro previsto per le 17.00; pranzo a bordo con bruschette al pesto di capperi, penne al sugo pantesco, Vino Zibibbo freschissimo e acqua a volontà. Inoltre il divertimento è assicurato con musica, balli estivi ed esilaranti show di Franco ’u Perizoma che fa anche da Cicerone sui posti che raggiungiamo. Il nomignolo ci è subito chiaro quando si presenta seminudo, con addosso solo appunto un tanga leopardato, che durante il giro poi sostituisce con uno sul cui davanti pende un pappagallo di stoffa. L’ilarità è al massimo, la sua travolgente simpatia è senz’altro un valore aggiunto al periplo, durante il quale, coadiuvato in tutto dai due figli e la nipote, ancora la barca più volte nelle calette più accattivanti per permetterci di fare tuffi e nuotate rinfrescanti a volontà. Non posso esimermi dal trascrivere il prologo al brindisi pantesco di Franco. Tutti siamo coi bicchieri di Zibibbo in mano orientandoli secondo le sue indicazioni: “A antu, a vasciu, a dritta, a manca. Ringraziammu i nostri patri ca la ficc… (intuibile ma impronunciabile) a li nostri matri pi fari nasciri sti beddri quatri”. “In alto, in basso, a destra, a manca. Ringraziamo i nostri padri che hanno fatto l’amore con le nostre madri per far nascere questi belli quadri”.  Risate garantite. Arrivando al porticciolo di Scauri dov’è ormeggiata una grande nave cisterna egli ci spiega che l’acqua dei dissalatori soddisfa appena il 40 % il fabbisogno idrico pantesco, cosicché la nave carica di acqua dolce proveniente dalla Sicilia integra il resto.

  Obbligatorio poi portarsi a casa quale squisito souvenir alcune bottiglie di Vino Zibibbo e di Passito di Pantelleria che io reputo un nettare degli dei per quel suo aroma dolce e variamente fruttato, ottimo come liquore da dessert, ovviamente freschissimo. I contadini del posto li vendono a prezzi buoni previo assaggio. Uno di essi ci spiega la  tecnica di produzione del Passito che è la seguente. Lo Zibibbo viene vendemmiato ai primi di settembre, poi si lascia esposto al sole nello “stinnituri” per 22 – 23 giorni per trasformarlo in uva passa (sovramaturazione per aumentarne il grado zuccherino e alcolico), da qui il nome di Passito. Poi viene pressato e vinificato con le usuali tecniche adeguate per i vini bianchi. Un’altra caratteristica dell’isola di Pantelleria è che non esistono affatto recinzioni, sia nei terreni agricoli che in quelli intorno ai dammusi, alcuni davvero di lusso, e alle ville, se non delimitate da bassi muretti in pietra lavica sempre perfettamente squadrati. Ciò a dimostrazione del carattere tranquillo degli isolani che trasmettono inevitabilmente a tutti noi turisti, dove evidentemente nessuno tocca niente che non gli appartenga. L’unica alta recinzione con rete metallica fitta sormontata da filo spinato arrotolato è l’interno dell’aeroporto, dove ogni tanto sono affissi quei cartelloni gialli con su la marziale scritta: “Zona militare –  Limite invalicabile”. Una scritta che stride molto con la vita pacifica dell’isola, l’unica nota disarmonica in un paesaggio meraviglioso.

Angelo Lo Verme