Illegittimo revocare sussidi a condannati per mafia e terrorismo che scontino la pena fuori dal carcere

La Corte costituzionale ha sentenziato che la revoca dei sussidi dei condannati per mafia e terrorismo che scontino la pena in regime di detenzione domiciliare è illegittima. Secondo la Corte, privare questi soggetti di trattamenti assistenziali fondati sullo stato di bisogno viola sia il principio di eguaglianza che il diritto all’assistenza sociale.

La faccenda deve essere letta senza fare ricorso a convincimenti personali e pregiudiziali. Chi scrive non fa sconti alla criminalità ed è per una ferma e netta condanna nei riguardi di mafiosi e affini. Un mafioso è tale anche se ha fallito nel suo intendimento principale, ovvero quello di fare piccioli, i soldi, ed è caduto in disgrazia economica. Ma nel caso in esame vi sono altri interessi protetti costituzionalmente che vanno tutelati.

La questione trae origine dal giudizio concernente la legittimità dei provvedimenti di sospensione, prima, e di revoca, poi, delle prestazioni assistenziali concesse, adottati dall’INPS nei confronti di un condannato per gravi reati; giudizio in cui la parte ricorrente ha sollevato la questione di legittimità costituzionale della suindicata disposizione sotto diversi profili. La persona in parola è un ex collaboratore di giustizia, condannato per reati commessi tra il 1995 e il 2003, e attualmente in regime di detenzione domiciliare, nonché portatore di handicap e invalido totale e permanente, con conseguente inabilità lavorativa. In virtù delle condizioni di assoluta indigenza economica, inoltre, allo stesso è stato riconosciuto il diritto a percepire la pensione d’invalidità civile. A decorrere dal mese di maggio 2017 è stata revocata detta prestazione, con la richiesta di restituzione delle mensilità versate dal 1° marzo 2017.

Il Tribunale ordinario di Fermo, sezione lavoro, con ordinanza del 16 luglio 2019, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 61, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita). La disposizione censurata prevede che, entro “tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro della giustizia, d’intesa con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, trasmette agli enti titolari dei relativi rapporti l’elenco dei soggetti già condannati con sentenza passata in giudicato per i reati di cui al comma 58, ai fini della revoca, con effetto non retroattivo, delle prestazioni di cui al medesimo comma 58, primo periodo”.

Il citato comma 58 dispone che, nel pronunciare condanna per taluni reati di particolare allarme sociale – quali i reati di associazione terroristica, attentato per finalità terroristiche o di eversione, sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, associazione di stampo mafioso, scambio elettorale, strage e delitti commessi per agevolare le associazioni di stampo mafioso – il giudice applichi, in sentenza, la sanzione accessoria della revoca di una serie determinata di prestazioni assistenziali, ossia l’indennità di disoccupazione, l’assegno sociale, la pensione sociale e la pensione per gli invalidi civili.

La disposizione censurata, infatti, imponendo la revoca dell’assegno sociale a chi versi in regime di detenzione domiciliare, comporterebbe il rischio che tale soggetto sia privato – a causa della condizione di età e della connessa incapacità, presunta ex lege, di svolgere qualsiasi proficuo lavoro – dei mezzi di sussistenza. La qual cosa realizzerebbe un oggettivo pregiudizio per i diritti inviolabili della persona – quali quello alla alimentazione e, in definitiva, alla vita, – diritti insuscettibili di patire deroghe o compressioni.

Secondo la Consulta, “la revoca dei trattamenti assistenziali di cui alla disposizione oggetto di censura – ivi inclusa la specifica provvidenza in discussione nel giudizio a quo – può concretamente comportare il rischio che il condannato ammesso a scontare la pena in regime di detenzione domiciliare o in altro regime alternativo alla detenzione in carcere, poiché non a carico dell’istituto carcerario, non disponga di sufficienti mezzi per la propria sussistenza”.

Tale situazione “pone in pericolo, in tal modo, la stessa sopravvivenza dignitosa del condannato, privandolo del minimo vitale, in violazione dei principi costituzionali (artt. 2, 3 e 38 Cost.), su cui si fonda il diritto all’assistenza. È pur vero che i condannati per i reati di cui all’art. 2, comma 58, della legge n. 92 del 2012 hanno gravemente violato il patto di solidarietà sociale che è alla base della convivenza civile. Tuttavia, attiene a questa stessa convivenza civile che ad essi siano comunque assicurati i mezzi necessari per vivere”.

L’illegittimità della revoca, secondo la Corte, “deriva dal pregiudizio al diritto all’assistenza per chi necessiti dei mezzi per sopravvivere, che deve essere comunque garantito a ciascun individuo, pur se colpevole di determinati reati”.

Anche ad un mafioso, quindi, se povero e senza soldi per mantenersi agli arresti domiciliari, devono essere garantite quelle condizioni economiche necessarie per una vita dignitosa. Così in punto di diritto, ma con un retrogusto amaro.

Ciro Troiano