Oasi LIPU di Castel di Guido – Roma

La Lega Nazionale Contro la Distruzione degli Uccelli (LENACDU) è stata fondata a Roma il 13 novembre del 1965 dal filosofo e naturalista Giorgio Punzo con lo scopo, appunto, di proteggere gli uccelli dalla distruzione del territorio quali le lottizzazioni sul suolo italiano e le tante speculazioni immobiliari che ci stanno dietro; dall’agricoltura intensiva, dalla caccia e dal bracconaggio. Contemporaneamente essa ha inteso promuovere e diffondere la cultura ambientalista nei giovani giacché, come si suol dire in ogni altro ambito, “prevenire è meglio che curare”, e i giovani educati al rispetto e alla salvaguardia della natura sono la migliore ipoteca per il futuro del nostro Pianeta. Nel 1971 la Lega, per scegliere il proprio logo che tutt’oggi la rappresenta, indisse un concorso e lo selezionò su quattro candidati di specie di uccelli: il gruccione, il passero solitario, il cavaliere d’Italia e l’upupa la quale infine venne scelta per rappresentare la LENACDU. Nel 1975 la Lega cambia nome in quello oggi più conosciuto, la Lega Nazionale Protezione Uccelli (LIPU). Il 6 febbraio del 1985, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini le riconosce la personalità giuridica e ne approva lo statuto.

  La LIPU svolge la sua attività sul territorio italiano attraverso le Oasi naturali per salvaguardare la natura e i Centri di Recupero Fauna Selvatica (CRFS) per curare gli animali selvatici feriti e reintrodurli nel loro ambiente naturale. Queste strutture sono in totale 58, le quali si occupano della protezione di un territorio vasto 7.000 ettari in cui vi sono protette 5.000 specie animali e vegetali diverse. I CRFS annualmente soccorrono più di 15.000 animali feriti da cacciatori e bracconieri, o che si sono ustionati con i fili dell’elettricità, o che sono caduti dal nido, o avvelenati o investiti da automobili. Per via dei tagli agli Enti locali, alcuni di questi centri rischiano la chiusura per mancanza di fondi. Oltre ai CRFS esistono le sezioni locali che forniscono un primo soccorso agli animali feriti. La sede della LIPU si trova a Parma in Via Udine, 3/A, email: info@lipu.it. Si informa che chi dovesse trovare un animale ferito, può chiamare il numero telefonico nazionale 0521/273043, oppure direttamente il numero di quelli locali, reperibili facilmente su internet.

  L’1 ottobre del 1999 a Castel di Guido, un delizioso borgo medievale situato sulla Via Aurelia e costituito da villette immerse nel verde alla periferia ovest di Roma, è stata istituita l’omonima Oasi LIPU grazie alla convenzione stipulata tra il Comune di Roma, l’Azienda Agricola Castel di Guido e la LIPU nell’ambito del grande progetto sulla Rondine. L’Oasi si trova nella zona degli antichi casali colonici, tutt’ora abitati, e della chiesa del Santo Spirito del XIX secolo; nella stessa zona ci sono anche i resti di una Villa Patrizia Romana del II° – III° secolo d.C., chiamata delle Colonnacce dalla collina su cui è situata, con conservati ancora strutture più antiche risalenti al periodo repubblicano. L’Oasi di Castel di Guido si estende con i suoi 250 ettari all’interno della predetta Azienda comunale di 2.500 ettari. Nei prati di quest’ultima pascola la mandria di vacche maremmane più grande del Lazio, costituita da 450 capi.

  La Responsabile di questa Oasi è Alessia De Lorenzis, che in quanto tale si dedica totalmente ad essa. Alessia è in contatto con gli Enti, organizza i corsi per aspiranti guide junior e le visite all’Oasi, istruisce i visitatori sul comportamento da tenere sia con il posto che con gli animali che vi abitano, ricordando alle persone di non dargli cibo e nemmeno confidenza per non farli abituare alla presenza degli uomini. Tutto ciò per preservare l’Oasi dai pericoli e per tutelarne le specie. Dalla visita guidata di questa ricca Oasi ho tratto ispirazione per la stesura di questo resoconto naturalistico. Le sapienti e “speciali” guide di cui ci siamo avvalsi con mia moglie per l’esplorazione di questo magnifico spazio naturale protetto, sono state le nostre nipotine neo Guide Junior LIPU Carola e Camilla Calconi, rispettivamente di 12 e 11 anni.

  Giunti all’Oasi con indosso il vestiario adatto, cioè scarpe chiuse e pantaloni lunghi, le nostre guide ci hanno condotto per il Sentiero delle Rondini, il più semplice, lungo appena 1.700 metri e con una durata di circa un’ora e mezza, comprese ovviamente le varie fermate esplicative e di osservazione della flora e della fauna. L’Oasi è percorribile a piedi, o in bici, attraverso altri Sentieri didattici, distinti da simpatici nomi evocativi, come quello della Volpe, del Nibbio, dell’Allocco, ecc. E’ il posto ideale per l’osservazione e l’ascolto degli uccelli, conosciuto anche con la parola inglese birdwatching; nei punti di ascolto e riconoscimento si possono ascoltare e imparare a riconoscere i canti e i richiami di vari uccelli presenti in questa Oasi, dove vi sono presenti anche parecchie specie di farfalle. Il Sentiero delle Rondini è largo mediamente poco più di un metro e s’inoltra all’interno del fitto bosco artificiale (ciò si capisce perché gli alberi sono perfettamente allineati, dunque piantati dall’uomo). Questa Oasi è costituita da una ricchissima vegetazione; vi sono alberi quali querce da sughero, pini, cerri, peri selvatici e in una zona ci sono le non autoctone noci americane; e piante quali le ginestre che sono indice di fertilità del terreno e quindi di zona adatta per il rimboschimento; e poi felci, edere, arbusti vari, rovi, malva selvatica, pallenis spinosa, ecc. La neo guida Camilla ci ha spiegato che i peri selvatici vengono usati dalle Averle, uccelli passeriformi, come casa e dispensa; ciò grazie alle lunghe spine di cui sono ricoperti, che proteggono il nido da eventuali predatori e vengono pure usate per infilzarvi gli insetti catturati.

  Per tutto il sentiero siamo stati accompagnati da un’orchestra naturale costituita dal  canto di varie specie di uccelli, quali le capinere e dell’usignolo, e soprattutto dal frinito assordante delle cicale. Le nostre piccole guide personali ci hanno poi fatto raggiungere, attraverso uno stretto e breve passaggio ombroso e fresco del sottobosco, un laghetto abitato da animali acquatici. Una grande quiete caratterizzava questo angolino incantato. Lungo il sentiero abbiamo potuto vedere alcune tracce lasciate dalla vasta fauna, come ad esempio gli insogli che nelle stagioni piovose sono pozzanghere scavate dai cinghiali dove vi sguazzano per ripulirsi dai parassiti, mentre in questo periodo estivo sono semplici buche oblunghe e profonde circa 30 cm. Oppure si trovano le grufolate (terra scavata col grifo) dei cinghiali o, più piccole, degli istrici. Inoltre, dall’osservazione degli escrementi presenti sul sentiero, si può capire a quale animale appartengono. Ad esempio, se essi sono ricoperti di peli o se sono di colore biancastro si tratta sicuramente di un lupo. Nel primo caso questo ha cacciato e divorato una preda col pelo, generalmente un cinghiale; nel secondo si tratta semplicemente di un pasto a base di ossa di carcasse. Preciso che il posto non è affatto pericoloso, i lupi non si fanno mai vedere dall’uomo poiché lo temono.

  Abbiamo poi visto un piccolo serpente che veloce ha strisciato ai bordi del sentiero e in un attimo era già sparito. Più avanti in alto abbiamo potuto vedere volteggiare un nibbio bruno con un’apertura alare che può arrivare fino a 1,5 metri di larghezza, come ci spiegavano Carola e Camilla mentre osservavano il rapace col binocolo. Inoltre, in un certo punto del sentiero, abbiamo incontrato un Punto di Riabilitazione, cioè una sorta di piccolo e basso steccato dove si reintroducono gli animali curati, nel quale possono trascorrervi il periodo di convalescenza in modo protetto, senza dovere subire il trauma dell’improvvisa reintroduzione nell’ambiente selvaggio. Quando i veterinari capiscono che l’animale è perfettamente guarito, semplicemente aprono il cancelletto ed esso, con i suoi tempi, è nuovamente pronto per la vita in libertà. Poi abbiamo assistito ad un evento abbastanza raro, a detta di Carola e Camilla, cioè l’avvistamento di una piccola testuggine di Hermann che lentamente si allontanava fra l’erba secca verso l’intrico del bosco. Lentamente ci siamo avvicinati e ho avuto il tempo e la fortuna di fotografarla e filmarla prima di inoltrarsi nel fitto del bosco, emozionato al pari di Carola e Camilla che ce ne parlavano con entusiasmo e professionalità. Ho percepito che l’evento è stato simile ad un goal decisivo segnato da una squadra sfavorita, ad esempio come la Svizzera nei confronti della Francia in questo Europeo ancora in corso. Perdonate la metafora calcistica, ma questo è il clima per adesso.

  Durante il percorso siamo stati superati da ciclisti che, specialmente la domenica, vengono a pedalare per i sentieri dell’Oasi. Ogni volta dovevamo metterci di lato e i ciclisti ringraziavano. E’ bello anche questo senso di appartenenza e di familiarità e di gentilezza, che un bel posto naturale riesce a generare più di qualsiasi altro posto meno poetico. Quando infine siamo giunti ai due bivi dai quali si dipartono altri due Sentieri, quello degli Allocchi e quello del Nibbio, abbiamo proseguito per quello delle Rondini per raggiungere il punto di partenza esattamente dopo un’ora e mezza di cammino. Eravamo un po’ accaldati ma soddisfatti e contenti per l’escursione dentro una magnifica Oasi LIPU com’è quella di Castel di Guido. Davvero una bella esperienza, oltretutto molto utile e interessante per conoscere la natura e per continuare a maturare quella sensibilità nei suoi confronti, tanto essenziale per potersi impegnare seriamente, ognuno a modo suo, per la sua tutela.

Angelo Lo Verme