Reddito di cittadinanza: viatico per la disincentivazione lavorativa

Il  17 gennaio 2019 veniva introdotto con molta enfasi dal Governo in carica il “Reddito di cittadinanza” ossia quel sussidio di disoccupazione pensato (in presenza di determinati requisiti) per le famiglie che si trovano in difficoltà economica. Un sussidio temporaneo e vincolato alla partecipazione delle persone che lo ricevono a un percorso di inserimento lavorativo.  Ed è proprio quest’ultimo aspetto che ha rappresentato e rappresenta il nocciolo duro del sussidio de quo.

Invero se il reddito di cittadinanza da un lato ha raggiunto “parzialmente” l’obiettivo del contrasto alla povertà, dall’altro lato, tuttavia, non è riuscito a raggiungere  l’ulteriore, fondamentale, obbiettivo dell’attivazione del mercato del lavoro, ide est dell’inserimento nel mondo del lavoro dei beneficiari dello stesso.

Non a caso, infatti, per promuovere il reddito di cittadinanza fu scelto (all’epoca della sua introduzione) lo slogan: “Reddito di cittadinanza, una rivoluzione per il mondo del lavoro”.

Una rivoluzione che, però, a posteriori si è rilevata sterile e priva di risultati poiché lo stesso sussidio si è dimostrato, esclusivamente, un mero sostegno economico per le famiglie indigenti – gravando su una situazione di debito pubblico alquanto preoccupante per la nostra Nazione –  e non anche quella famigerata e tanto decantata misura concentrata sugli interventi d’inclusione lavorativa, volta a trovare occupazione a un gran numero di poveri. 

Causa di tale defaillance è stata non solo l’emergenza di aiutare “nell’immediatezza” quelle famiglie povere ma, anche e soprattutto, il mancato coordinamento tra regioni, comuni centri per l’impiego e il centro nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL) che, purtroppo, non ha consentito di porre fine o per lo meno iniziare a porre fine a quella crisi occupazionale che ormai pervade la nostra società, soprattutto giovanile.

In virtù di quanto detto è possibile  affermare, anzi richiamare quel revirement che sul sussidio hanno avuto gli stessi leader del M5s che nel 2019  hanno tanto lottato per la sua approvazione e precisamente, che il reddito di cittadinanza oggi rappresenta «un contributo economico che assicura a oltre due milioni di persone una vita decente e un insieme di servizi che possono aiutarle a migliorare la propria esistenza».

Ne emerge, dunque, che il reddito di  cittadinanza può solo aiutare l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, ma non potrà mai creare lavoro,  così come avevano tanto paventato, ab origine, i loro sostenitori.

Con il reddito di cittadinanza, ergo, si è promesso di più di quello che in realtà si poteva ottenere e si è paradossalmente ottenuto un risultato diverso da quello previsto, ossia un aumento della disoccupazione. Si, perché un sussidio troppo alto (come quello riconosciuto in Italia) non può che rappresentare una “disincentivazione lavorativa”.

Avv. Antonio La Scala