… sulla giustizia

Il legislatore ateniese Solone sosteneva che “La giustizia è come la tela del ragno: trattiene gli insetti piccoli ma quelli grandi la sfondano”. Dopo ventisei secoli non sembra che sia cambiato molto, visto che la giustizia, la morale e la legalità sono rimasti concetti alquanto soggettivi. L’attributo dell’assoluto, dell’universalità, sembra non potersi applicare a quest’ultime categorie sociali fondamentali, che dei panni dell’assoluto invece dovrebbero sempre vestirsi e fregiarsi. L’eccessiva relatività, a volte pelosa, è la caratteristica che invece le condiziona ed inficia, con grave detrimento della serena convivenza.

Ad esempio, se per convenienza di qualcuno il legislatore depenalizzasse il furto, rubare non sarebbe più illegale: e allora addio serena convivenza. Dove voglio arrivare? Dai, diciamoci la verità! Chi non ha mai sospettato che nel nostro Bel Paese i potenti non vengano perseguiti dalla legge al pari dei poveri cristi? Chi almeno una volta non ha mai pensato che i potenti difficilmente pagano le loro malefatte e che solo la gente comune paga in proporzione ai crimini commessi? E uscendo dai nostri patrii confini, diciamocelo chiaro: il mondo non è ancora quel luogo ideale dove la giustizia vera regna e governa. Quella giustizia sociale vanamente agognata nel secolo dei lumi.

  Il mondo, purtroppo, è rimasto il teatro di tante ingiustizie, nel senso più ampio del termine, e di tutti gli orrori che dall’aberrazione più o meno cosciente e interessata del concetto di giustizia ne conseguono. Sfruttamenti di vario genere e grado, persecuzioni, guerre e genocidi sono la conseguenza della regressione del concetto di giustizia a un punto di soggettività tale da diventare giusto solo ciò che fa più comodo. Decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato invece è un compito parecchio gravoso, e affidarlo a chicchessia è davvero molto rischioso. Cosicché la mancanza di una vera giustizia, cioè quella giustizia in senso ampio e non necessariamente scritta, che dovrebbe emanare da concetti morali fortemente illuminati, va a modellare una società poco compassionevole; e viceversa, connettendo indissolubilmente e precipitando la collettività e la civiltà giuridica dentro a un tragico circolo vizioso. Ossia, una collettività che non coltiva e piuttosto sradica la compassione dal proprio tessuto sociale, non potrà mai concepire la vera giustizia sociale, e di conseguenza non potrà mai modellare secondo canoni squisitamente universali un’equa cultura giuridica. La vera cultura giuridica dovrebbe essere soltanto il riflesso e l’umile strumento dell’autentico concetto di giustizia sociale, e non un’ipocrita giustificazione morale da esibire alla collettività e per placare i sensi di colpa, quando se ne dovessero provare.

  Ad esempio, vi sembra giusto e compassionevole che ancora c’è chi muore di fame e chi si può saziare fino all’obesità? O chi detiene enormi ricchezze e chi è costretto a vivere nella miseria più nera? Eppure vizi capitali come l’ingordigia, la superbia, l’avarizia, l’accidia, l’invidia, l’ira, ovunque non sono nemmeno contemplati dalla giustizia terrena, quella costituita da articoli e commi, testi e decreti, legittimandone dunque la consuetudine che al massimo la società può soltanto deplorare e condannare moralmente. Servirebbe allora un’attiva ed efficace deplorazione morale da parte della società, che facesse da deterrente ai comportamenti sociali sbagliati e moralmente ingiusti e, se fosse il caso, confinare in una qualche studiabile forma i responsabili di quei comportamenti scorretti che rivestono una particolare rilevanza sociale. Qui però nasce il dilemma su chi e come potrà mai decidere quali sono altamente deprecabili e quali no, data l’infinità delle sfumature della natura umana. Personalmente credo che un certo grado di consapevolezza, di spiritualità e di altruismo umano possa notevolmente facilitare simile complessa decisione. Già vado molto oltre e immagino gli edifici degli ex tribunali adibiti a biblioteche con scritto sui loro frontespizi a lettere cubitali quale memoria e monito: “La legge è scolpita dentro di noi”. Insomma, sarebbe necessario un certo numero di persone illuminate che riuscisse ad istituire nei secoli una società illuminata. Ad oggi è pura utopia. Fra cento anni, chi lo sa?

  In definitiva penso che si possa ritenere che la giustizia, come la morale, rimarranno concetti alquanto relativi finché l’umanità non evolverà nel senso dell’amore e della compassione; attributi necessari e sufficienti per prendere decisioni giuste e che possano fregiarsi della categoria dell’universalità.

                                                                                              Angelo Lo Verme