Inferno in Terra santa. E intanto si blatera

Nel generale marasma di un mondo sempre più sovraffollato e in molti casi sempre peggio diretto da governanti inadeguati al loro ruolo, una nota positiva si può riscontrare nel fatto che va facendosi sempre più strada e diffondendosi la convinzione che non saranno le frasi di Autorità pubbliche, pur di grande risonanza mondiale, a spegnere i focolai di guerra che in continuazione si accendono soprattutto in Medio Oriente.

La gente comune, dopo anni di dichiarazioni e promesse solenni, seguite da tentativi di pace del tutto sterili e infruttuosi, considera quelle “grida manzoniane” inutili e scontate; le ritiene rispondenti al solo fine di asserire una falsa e strumentale partecipazione umana alla sorte dei popoli. Anche le imprecazioni reboanti di sdegno per diritti umani che si pretendono “calpestati” lasciano, ormai, il tempo che trovano. Dei medesimi sembrano importarsi poco o punto proprio quelli che ne reclamano più ostentamente il rispetto.

Si è saputo di recente, infatti, che il più forte e tenace assertore degli human rights, il neo Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, avrebbe inviato armi ad Israele e certamente i quidam de populo del Pianeta non hanno apprezzato tale gesto, diretto a consentire di intensificare gli attacchi alla striscia di Gaza dove intere famiglie palestinesi subiscono l’espulsione dalle loro case (come a Gerusalemme dal quartiere di Sheick Jarrah).

Non convincono, neppure, le ipocrite asserzioni sul diritto e sul dovere dei popoli di “convivere” in pace anche in obiettive, difficili condizioni di coesistenza. L’amore universale e persino quello per il prossimo più vicino si è rivelato, a dispetto dei suoi profeti, una menzognera chimera.
Giornalisti non sospettabili di simpatie filo-palestinesi hanno sostenuto di non condividere che il venti per cento degli abitanti di Israele ignori del tutto il resto della popolazione di uno Stato che è ritenuto, del tutto arbitrariamente, di appartenenza dei soli ebrei.
Se a ciò si aggiunge che persino organizzazioni internazionali, per bocca dei loro rappresentanti, usano un linguaggio che ricorda la propaganda degli Stati dittatoriali e delle monarchie dispotiche prima delle due grandi guerre mondiali del “secolo breve” e alimentano uno stato di guerra perpetuo, il quadro si colora di tinte ancora più fosche.
La gente comune non crede più alle invocazioni della pace ex cathedra, quale che essa sia, agli indignati e sterili appelli degli intellettuali sottoscrittori in vestaglie damascate e pantofole ricamate di documenti di erudita eloquenza.
C’è chi invoca, invece, un ripensamento delle dottrine, religiose e laiche, che pretendono di attribuire a dati popoli condizioni di supremazia e privilegio nascenti da un’asserita predilezione in esclusiva da parte di un Dio, di cui nessuno, peraltro, si preoccupa più di dimostrarne razionalmente l’esistenza, pur crescendo il numero degli scettici.
Eppure nonostante la crescita di uno sconcerto sempre più diffuso a livello popolare il tempo delle “favole” ideologiche non sembra destinato a volgere al termine.

I dubbi che possono aversi sull’esistenza trascendentale del Dio di Mosè, di Gesù e di Maometto non compromettono la concretezza terrena del Dio Denaro esistente nei forzieri delle Banche e dello IOR e nelle terre dei pozzi petroliferi.
E’ lì la forza che domina il mondo e per la gente diseredata, in tempi di missili, razzi, e fortezze anonime, è finito anche il tempo dei forconi.