La mamma di Vittorio Arrigoni: “Tremavo per quel che faceva ma sono fiera di lui»

L’associazione “Ossigeno per l’Informazione” ricorda sul suo sito web il decimo anniversario della tragica scomparsa di Vittorio Arrigoni, giornalista e attivista per i diritti umani nella striscia di Gaza. Lo fa con una intervista alla madre, Egidia Beretta, che ne traccia un profilo non solo attraverso le sue battaglie ma anche lungo il suo vissuto privato. L’intervista è di Raffaella Della Morte.

Sono passati dieci anni dalla morte di Vittorio Arrigoni (Vik), l’attivista dei diritti umani rapito e ucciso a Gaza il 15 aprile del 2011. Dieci anni sono tanti. Ma nei ricordi e nel cuore di Egidia Beretta, sua madre, Vittorio è sempre lì, con lei, nella loro casa in Brianza, a Bulciago, in Provincia di Lecco.

“Ricordo – dice a Ossigeno per l’Informazione  – i momenti in cui era qui a casa, i nostri discorsi, la bellezza di averlo intorno. C’era molta empatia tra di noi, un’empatia che non è mai cessata né quando era lontano, né adesso. Vittorio teneva molto alle sue radici e noi, nonostante fosse spesso lontano da casa, eravamo le sue radici, il suo punto di riferimento. Questo ci rendeva molto orgogliosi”.

Aggiunge che Vittorio ha speso tutta la sua vita per gli altri, alla ricerca del bene comune, del rispetto dei diritti umani e della giustizia. In uno scritto inviato a un’amica nel 2004, Vittorio scrive di sè: “Io ho deciso di dedicare molta parte del mio tempo e delle mie energie alla ricerca delle verità nascoste, interessi inusuali, mettendo al setaccio quei luoghi dove la miseria e la guerra segnano per sempre, insegnando a perdere ogni speranza di pace, ogni diritto di equa esistenza”.

Le missioni di Vik toccarono la Croazia, l’America Latina, l’Europa dell’Est, l’Africa, ma il territorio da lui prescelto fu la Palestina: per il primo campo di lavoro ci arrivò nel 2002.

Mamma Egidia ha sempre sostenuto Vittorio, le sue passioni, la missione che aveva scelto di compiere. Lo ha sostenuto vincendo legittime preoccupazioni e timori di madre. “I suoi primi viaggi – racconta – non erano rischiosi. Cominciai a preoccuparmi quando scelse la Palestina come luogo dove portare aiuti concreti, nel 2005, dopo due tentativi di ingresso, venne picchiato e incarcerato. Il mio cuore non era sereno, certo, ma al contempo provavo soddisfazione e orgoglio per quel figlio che non ha mai abbandonato i suoi sogni e la ricerca della giustizia. La sua vita è stata mossa dalla battaglia per i diritti umani. Lui ha realizzato le sue aspirazioni ed è riuscito a dare aiuto e sostegno a chi ne aveva bisogno. Questo mi dava gioia, mi dà ancora gioia”.

All’impegno civile, Vittorio univa la passione e la naturale propensione alla scrittura. La penna è stata lo strumento dei suoi sentimenti, l’arma per raccontare quel che vedeva intorno a sé. Nel 2008, quando Israele lanciò l’operazione denominata “Piombo fuso”, la sanguinosa offensiva per colpire l’amministrazione di Hamas, Vittorio era l’unico italiano presente nella Striscia di Gaza. Ha raccontato quei giorni per il quotidiano Il Manifesto; il mondo imparò a conoscere ciò che accadeva proprio grazie ai suoi reportage scritti sotto le bombe e siglati con la frase “Restiamo umani”. Due parole che sono diventate il marchio di fabbrica di Vittorio e, ancora oggi, ispirano chi dedica il proprio impegno e le proprie energie agli altri. “Scriveva in condizioni disperate e – commenta sua madre – sono sicura che ‘Restiamo umani’ lo dicesse soprattutto a se stesso. È un monito che vale per tutti. Deve ricordarci che apparteniamo tutti alla stessa famiglia, quella umana. Se ci apriamo agli altri, a chi sta soffrendo, a chi ne ha bisogno – dice Egidia – se veramente crediamo di essere un’unica famiglia, se non ci voltiamo dall’altra parte, abbiamo l’occasione di diventare attivisti dei diritti umani nella nostra vita quotidiana”.

Dopo la morte di Vittorio, la sua eredità umana e intellettuale è stata raccolta e custodita da Egidia e da sua figlia Alessandra, la sorella di Vik. Loro hanno fortemente voluto che nascesse la Fondazione Vittorio Arrigoni “Vik Utopia”. Questa onlus, si legge sul sito, si propone di “onorare la memoria di Vittorio e continuare la sua azione disinteressata di impegno civile a servizio del bene comune, dei diritti umani e della giustizia”. La Fondazione promuove interventi umanitari nazionali e internazionali.

Così la vita di Vittorio, la sua testimonianza concreta, ispirano le nuove generazioni. Egidia ne parla spesso, e con piacere, con i giovani, gli studenti, gli attivisti che la invitano a parlare di Vittorio. “Credo – afferma – che la storia di mio figlio possa essere di esempio, di aiuto per i ragazzi di fronte a scelte nobili ma difficili. Il ricordo di Vittorio può essere un buon compagno di strada per chi  aspira a perseguire i propri sogni, a realizzare la propria “Utopia”.

Egidia dedica un’ultima riflessione a Vittorio e a tutti i  giornalisti uccisi, che hanno perso la vita mentre svolgevano il proprio lavoro, ai quali Ossigeno dedica il sito “Giornalisti uccisi – Cercavano la verità”.

Che cosa si potrebbe fare per evitare che in futuro possa capitare ad altri ciò che è successo a Vittorio e ad altri suoi colleghi coraggiosi? Cosa si dovrebbe fare per proteggere i giornalisti e permettere loro di raccontare in sicurezza le verità nascoste?

“Quei giornalisti che ricordate nel sito ‘Cercavano la verità’ – risponde Egidia – erano tanto animati dalla passione per il proprio lavoro che non sarebbero in alcun modo riusciti a ‘lasciar perdere’. La loro era una missione, così come il giornalismo è una missione per chi lo fa con la schiena dritta e al servizio della società. Bisogna tutelare i giornalisti coraggiosi facendo squadra intorno a loro, a partire dalla loro stessa categoria. È necessario sostenerli, incoraggiarli, parlare del loro lavoro e ripubblicare le loro inchieste. È fondamentale – conclude – non lasciarli soli”.