Sull’amore e gli ermafroditi

Amore. Ermafrodito. Come si sa, il primo vocabolo esprime un nobilissimo sentimento. Il secondo, oltre al significato letterale biologico che conosciamo dal vocabolario cartaceo, quello in rete o mnemonico, lo intendiamo anche nella sua valenza  mitologica. Con la narrazione degli ermafroditi o androgini, la mitologia ha tentato di fornire un’idea sull’origine del sentimento amoroso e su come esso si sia potuto trasformare da idilliaco a magnificamente e/o dolorosamente complesso. L’Amore e gli Ermafroditi sono stati narrati da Aristofane nel famoso Simposio attraverso figure mitologiche per comprenderne in un modo più semplice e fantastico l’arcano. Così come anche per tutti gli altri aspetti della vita dell’uomo di alcune migliaia di anni fa, che non poteva ancora spiegarsi diversamente i fenomeni naturali e quelli interiori, attribuendo loro caratteristiche sovrannaturali.

  L’etimologia della voce mito è riconducibile a mythos, termine greco che significa narrazione, parola, leggenda, favola, che deriva a sua volta dalla radice indoeuropea mi-, rintracciabile anche nel lemma sanscrito mimâti il quale esprime l’idea di muggire, emettere un suono. Inteso questo però, molti si chiederanno, io compreso: che cos’è il mito? e a che serve? Rispetto alla prima domdanda vi e mi rispondo riportando qui accanto dal sito etimoitaliano una definizione che mi è piaciuta molto e che mi sembra abbastanza esaustiva: «Il termine “mito” è utilizzato, sin dall’antichità, per indicare un racconto leggendario, profondamente intriso di archetipa sacralità, originatosi nella note dei tempi (e quasi sempre tramandato oralmente) allo scopo di fornire una spiegazione ai fenomeni naturali, le cui cause erano sconosciute».

  Alla seconda domanda rispondo a me stesso che ancora oggi servono i miti, magari inventandosene di nuovi, per capire tantissime cose tra cui la direzione giusta da intraprendere per approdare al vero senso della vita. Quella più distruttiva che ci allontana inesorabilmente da questo senso la conosciamo credo in tanti. Adesso però quella strada non può più essere intrapresa o proseguita; quella cioè tutta proiettata verso il dio denaro e quel potere niente affatto illuminato che esso dà. Molti di noi abbiamo da sempre seguito quella opposta, quella della consapevolezza interiore e il potere illuminato che solo essa può dare. Un potere al servizio del benessere delle masse oltre che di se stessi e della propria cerchia familiare e amicale. La serenità e la felicità di ciascuno di noi sarà anche quella della collettività e della società, dove invece ogni singola persona profondamente infelice e non abbiente sarà quel granello di sabbia che accumulandosi con l’infelicità di molti farà inceppare il meccanismo sociale già parecchio imperfetto ma con ancora un ampio margine di perfettibilità, se si seguirà la via della consapevolezza prima dell’estinzione della società umana. Le sirene del Mostro Mite hanno già fatto il loro tempo! In una società resa più sana dalla consapevolezza di massa, si potrà inseguire anche la ricchezza materiale giacché essa non potrà più essere causa di ingiustizie e di disuguaglianza, ma di progresso illuminato e di cultura umanitaria al servizio della tecnologia ecosostenibile e socio-sostenibile, se mi è concesso tale neologismo.

  A proposito del mito dell’Amore e degli Ermafroditi, qualche tempo fa scrissi un monologo in occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” per la compagnia teatrale “La Compagnia del Tempo Relativo” che ho l’onore di presiedere e che abbiamo fondato nell’ottobre del 2012 insieme a mia moglie e alcuni amici. Con questo monologo (che trascrivo qui sotto), ho rivisitato il predetto mito in chiave moderna, per capire meglio, appunto, le tormentate dinamiche nei rapporti di coppia e sull’Amore sensuale. Spero che tale reinterpretazione possa un giorno tornare utile a qualche coppia: a me è servita. Soprattutto però mi auguro che le coppie non ne abbiano mai bisogno.

«Penso che uno degli aspetti più romantici e nel contempo più tragici dell’Amore sia quello di coppia. L’amore, l’amour, the love, croce e delizia, rosa e spina dell’umanità, esso è, appunto, mirabilmente rappresentato in questa duplice veste dalla famosa rosa rossa, divenuta il simbolo dell’Amore sensuale. L’amore, da sempre appassionato argomento di poeti e artisti, lega indissolubilmente, o separa con strazio e violenza, le coppie di ogni età. Credo ancora che l’allegoria più affascinante e illuminante sulle gioie e i tormenti dell’amore, sia, appunto, quella espressa da Aristofane nel famoso “Simposio”. Vi ricordate delle splendide figure mitologiche che erano gli androgini? Esseri completi, potenti e felici, che comprendevano le caratteristiche di entrambi i sessi. Ermafrodito, maschio e femmina insieme. Che meraviglia! Indipendenti, autosufficienti, talmente forti e potenti, che perfino il già potente Zeus se ne preoccupò alle prime avvisaglie di superbia! Non poteva permettere la loro scalata all’Olimpo: sarebbero stati dei temibili competitori! Così decise di indebolirli infliggendogli l’orribile mutilazione della separazione! Con la forza della saetta, zac!, li divise in due esseri distinti: gli attuali maschio e femmina, esseri incompleti, fragili, insicuri, avversari, diversissimi fra di loro ma costretti da Eros a cercarsi, unirsi, capirsi e inesorabilmente a scontrarsi!

  Zeus condannò in eterno gli splendidi esseri ermafroditi a questo continuo rincorrersi e separarsi, amarsi e odiarsi, comprendersi e ostacolarsi; a causa di che? Di quegli iniziali accenni di alterigia! Ancora oggi viviamo la schizofrenia, l’isteria, l’ansia della ricerca di quell’originaria metà persa. E ahinoi, quanto è dura! Pochi fortunati ci riescono, altri si consolano rincorrendo i sogni di un amore platonico che mai si realizzerà. Il resto si deve accontentare di adeguarsi a una controparte che non combacia in molti punti, come quando vogliamo unire con la miglior colla esistente sul mercato i cocci di una ceramica frantumata con clamore e sparsi sul pavimento! Una ceramica raffazzonata, sbreccata, brutta come i punti di sutura su una pelle profondamente lacerata. Coppie incomplete e inappagate, in realtà perché composte da due metà e non da due unità. Parecchi minuscoli “cocci” sono rimasti sul pavimento e ognuno era indispensabile per formare l’originaria unità.

  Questo è il senso dell’allegoria degli androgini crudelmente separati da Zeus! Se ogni uomo e ogni donna riconoscesse, coltivasse e conciliasse entrambi gli aspetti della naturale caratteristica umana, cioè il femminile e il maschile, lo yin e lo yang, l’acqua e il fuoco, la delicatezza e la forza, si avrebbe un’umanità integra, soprattutto nel senso psichico e morale. E se le persone riuscissero ad incontrarsi e a riunirsi intuitivamente e “sapientemente” con le loro “figure” speculari, l’umanità ritroverebbe il vero senso della coppia. Cioè, due unità mature che si sostengono a vicenda e che non si intralciano più o meno sottilmente, più o meno violentemente, più o meno cruentemente, in proporzione al grado della sintesi raggiunta tra il maschio e la femmina interiori. E in tal caso Zeus avrebbe di che preoccuparsi!». 

Angelo Lo Verme