Letture da recuperare al tempo del COVID: Mehmet-Meša Selimović

L’isolamento derivato dalla pandemia ha consentito a molti, nel tempo libero disponibile e dilatato, di recuperare film perduti e serie televisive, di leggere nuovi libri o di spolverarne qualcuno riposto da anni nello scaffale. C’è stata la tendenza a cercare pellicole e volumi connessi con il tema della contingente emergenza e quasi tutti hanno richiamato Albert Camus con La Peste edito nel 1947 e ambientato nell’Algeria ancora francese. Per uno spunto di lettura diverso abbiamo chiesto consiglio alla professoressa Barbara Lomagistro, docente di Lingua e Letteratura serbo-croata presso il Dipartimento Lettere Lingue Arti Italianistica e culture comparate dell’Università di Bari, la quale ci ha innanzitutto ricordato che oltre Adriatico una ricchissima letteratura è sempre fiorita anche se non sempre approfondita sull’altra sponda, poi ci ha suggerito di leggere il romanzo Derviš i smrt (Il derviscio e la morte) di Mehmet-Meša Selimović, pubblicato a Sarajevo nel 1966.

Scrittore e accademico jugoslavo di origine bosniaca, Selimović (1910 – 1982), fu vincitore di numerosi premi letterari. I suoi libri scritti in serbo-croato sono stati tradotti in moltissime lingue, tra cui l’italiano e l’inglese. L’opera, disponibile nell’eccellente traduzione italiana a cura di Lionello Costantini, è costruita sul tema centrale della solitudine, indissolubilmente collegato a quello della incomunicabilità. Comprende in una struttura circolare – attraverso la citazione di un brano del Corano in epigrafe al primo e all’ultimo capitolo – la ricerca del senso della vita. Il tema, di evidente interesse universale, è coniugato in un ambito determinato, la Bosnia ottomana del XVIII secolo, benché sfumato poiché non vi è riferimento a una località precisa. Questo dà la possibilità all’Autore di far emergere con potente evidenza, nella riflessione esistenziale e fondamentalmente scettica del protagonista e narratore Ahmed Nurudin, il problema del rapporto con il potere costituito e l’insicurezza che, in quell’ambiente, ne deriva. Ma lo scopo dell’Autore non è la storicizzazione di questo aspetto del vivere umano – come la si legge in Ivo Andrić – quanto invece la risoluzione a livello interiore dell’angoscia determinata dall’instabilità dei rapporti tra il singolo e il potere.

La dolorosa vicenda del fratello di Ahmed, imprigionato senza colpa, segna profondamente la riflessione del derviscio, intessuta da brani tratti dal Corano e dagli scritti di saggi dell’Islam, ma che si dipana in un crescendo di scetticismo e sfiducia, sia negli uomini sia nella sua fede. Il fratello viene assassinato in carcere, senza aver avuto giustizia, lo stesso Ahmed è imprigionato e portato sull’orlo della pazzia. Nella seconda parte del romanzo, egli scopre che il fratello è stato denunciato, perché venuto a conoscenza di presunti segreti sulla vita pubblica, da un mullah che egli Ahmed aveva preso da piccolo con sé, dopo che la madre, prostituta, era stata uccisa. E finisce col perdonare il traditore che, pentito, cerca di togliersi la vita. Scrivendo del fratello, Ahmed tocca un altro punto doloroso, comune ad entrambi: un amore impossibile, o reso tale dalle famiglie, che comporta una perdita irreparabile e uno stato di infelicità insanabile. Questo senso di perdita, insieme alla piena consapevolezza della ineluttabilità della morte è trama e ordito della riflessione di Ahmed sul senso della vita, vita che gli si offre come una sorta di sospensione in un mare di separata solitudine in cui anche un uomo di solida fede e provata fedeltà all’ordine costituito comincia gradualmente a dubitare abbandonandosi a un disincanto alimentato da un forte senso di impotenza di fronte alla vita/morte/Dio. Tale pessimismo sale come marea fino alla chiusa del romanzo «I viventi non conoscono niente. Insegnatemi, o morti, come si può morire senza paura, o almeno senza terrore, poiché la morte è un non senso, come la vita», temprata soltanto dall’anelito all’amicizia come unico valore salvifico in uno stato – la vita umana – su cui incombe l’unica certezza della morte.                                                                         

Vincenzo Legrottaglie