South working: quale futuro?

Lavorare a sud per i lavoratori meridionali dipendenti da imprese del centro nord o con sede legale all’estero può trasformarsi da uno stato di necessità nato a causa della pandemia ad una grande occasione per superare finalmente le disugualianze territoriali, economiche e sociali che da dividono da oltre 160 anni il paese.

Nel 2020 si è assistito ad un inversione di rotta infatti i nostri giovani da nord sono tornati al sud per lavorare in smart working. In questo anno è nata l’Associazione South working il cui obiettivo è sostenere ed aiutare a creare i presupposti idonei a far rimanere i lavoratori a sud anche dopo la fine della pandemia.

L’associazione South working a Castebuono, borgo medievale in provincia di Palermo, in collaborazione con il Comune, il museo naturalistico e il centro Polis ha realizzato spazi pubblici di coworking installando un sistema Wfi messo a disposizione da Fiber Telecom. Si è creata anche una sinergia con il territorio, con i ristoranti, alberghi e si è pensato anche al tempo libero.

Il modello di Castelbuono deve essere il modello trainante per altri comuni che dovrebbe indurre i sindaci ad attivarsi in questa direzione in collaborazione con la comunità. Per restare a sud non servono agevolazioni fiscali e incentivi, politiche che in questi anni si sono rilevate fallimentari, ma serve una progettualità politica che rimetta al centro l’uomo e il suo rapporto con il territorio. I lavoratoti meridionali per restare a sud hanno bisogno della connessione ad alta velocità ,in particolare nelle zone periferiche, degli asili nido, delle mense scolastiche, di una sanità e di un welfare di prossimità e di una efficace rete di trasporti urbani ed extraurbani. South working una sfida che il meridione potrà vincere solo se si apre una sinergia tra istituzioni, società civile e imprese.

Antonella Cirese