Dopo tante parole siamo ancora qui

Avevano promesso mare e monti, invece, siamo ancora qui. Si può andare in vacanza alle Canarie ma non si può uscire dalla propria regione. Si può percorrere tutta la rete autostradale da Milano a Bari senza mai essere fermati da nessuno.

È questo, purtroppo, il paradosso del nostro Paese. Anche quello che sembrava essere un fatto politico ha dovuto arrendersi di fronte all’avanzata del nemico che muta pelle. Ha farne le spese ancora tanti imprenditori e lavorati soprattutto del comparto turistico ricettivo e della cultura.

La domanda è una: dal 7 aprile ci sarà un’apertura o continuerà ancora la stretta, sebbene allentata in alcune sue parti? Di sicuro, per lo meno dicono, che la scuola almeno fino alle prime classi delle elementari riaprirà, anche in zona rossa. Per il resto, bar, ristoranti e locali non devono far altro che adeguarsi alla sfumatura di colore del proprio territorio.

Per quanto riguarda la ristorazione sembrerebbe praticabile solo il servizio a pranzo con orario di chiusura fissato massimo alle 16.00 – così da dissuadere eventuali assembramenti. Delivery e take away seguirebbero le stesse regole di oggi. Nel weekend, poi, dovrebbe verificarsi quanto già visto durante le vacanze di Natale, ossia arancione e rosso. Restrizioni che diverrebbero lockdown il primo maggio e domenica 2.

Insomma, ancora tempi bui per il settore della ristorazione. Il coronavirus ha colpito duro tutta l’economia, ma la ristorazione e il turismo ancora di più. Una vera e propria ecatombe per le piccole imprese della ristorazione che sono diventate i nuovi poveri del Coronavirus, profondamente delusi dall’incapacità del governo di tutelare la categoria e porre un freno alla drammatica situazione che stanno vivendo.

Alla fine i nuovi poveri saranno i ristoratori e i pubblici esercizi. Al di là della questione di far riaprire le attività di ristorazione, fondamentale per la loro sopravvivenza, vi è un’altra problematica, tanto grave quanto sottaciuta: il problema che il settore è finito nella lista nera dei possibili insolventi da parte degli istituti di credito, finanziarie e fornitori.

Diversi istituti di credito segnalano le aziende della ristorazione come non affidabili. Fino a pochi mesi fa erano clienti con cui fare affari, ora dicono “no” a ogni richiesta e tagliano il credito. Prospettive che hanno infastidito i professionisti della ristorazione che hanno deciso di far sentire la loro voce. Chiedono il risarcimento dei danni subiti dai continui stop and go: chiudere, aprire per poi dover richiudere il proprio locale.

La domanda da porsi è: tra spese fisse e cartelle di pagamento dei tributi locali, di F24 e bollette della luce e del gas quante aziende piccole e piccolissime sopravvivranno alla pandemia e alla stretta del credito? Il rischio maggiore è che quegli imprenditori che non vedono la luce in fondo al tunnel possano rivolgersi agli usurai o, ancora peggio, consegnare la loro attività a prestanome della criminalità organizzata.