La ritirata di Istanbul

Una questione ampiamente trattata dalla stampa internazionale in questi ultimi giorni è quella relativa alla decisione del presidente turco Erdogan di ritirare il Paese dalla cosiddetta Convenzione di Istanbul.

Il trattato, il cui nome istituzionale è “convenzione del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, venne rinominato successivamente Convenzione di Istanbul poiché era stata proprio la Turchia nel 2012 a firmarla per prima tra i paesi Europei, nell’ottica di una politica dalle tinte europeiste.

Semplificando per coloro che non trattano abitualmente il diritto internazionale, una convenzione o trattato è un accordo tra Stati che costituisce un rapporto vincolante tra le parti contraenti, nel caso in questione riguardante i diritti umani.

La Convenzione nasce nel 2011 su iniziativa del Consiglio d’Europa, organizzazione esterna all’Unione Europea (e da non confondersi con il Consiglio Europeo) che ha come obiettivo la promozione della democrazia, dei diritti umani, dell’identità culturale europea e mirato alla risoluzione dei problemi sociali in Europa; successivamente viene firmata da quarantasei Stati e contiene 81 articoli basati sulle quattro P: Prevenzione, Protezione delle vittime, Perseguimento dei colpevoli e Politiche integrate, vi è incluso inoltre l’obbligo di contribuire alla raccolta di dati e di effettuare ricerche sul tema della violenza di genere.

Nel 2012 paradossalmente era stato lo stesso Erdogan, già in carica durante firma e ratifica, a citarla come dimostrazione dei presunti passi avanti della Turchia nei confronti della parità di genere, da quando però il paese ha preso una piega più autoritaria e conservatrice il rapporto con questo trattato si è andato a modificare come, d’altra parte, il rapporto con l’Europa stessa.

Si arriva quindi ad una questione ultimamente al centro di tanti dibattiti: la definizione di genere.

La Convenzione indica il genere come “l’insieme dei ruoli socialmente costruiti, dei comportamenti, delle attività e degli attributi che una data società ritiene essere appropriati per le donne e gli uomini.”                                                                                                     

Questa definizione apre all’interpretazione che il “famoso” gender non sia strettamente legato al sesso biologico dell’individuo.

Questo nuovo concetto è ciò che ha convinto il governo Bulgaro a rifiutare di ratificare l’accordo nel 2018, sostenendo che questo accettasse l’esistenza di un terzo genere, alludendo all’identità transgender, aprendo così alla possibilità di matrimoni tra persone dello stesso sesso che in Bulgaria sono ovviamente vietati, stessa cosa per Slovacchia e Ungheria che infatti nel 2020 hanno rigettato la Convenzione per le stesse ragioni. 

Caso ancora più particolare è quello della Polonia, paese famoso per calpestare i diritti femminili (si pensi alle attualissime proteste nel paese per il diritto all’aborto), dove anche se il governo ha ratificato la Convenzione nel 2015, già lo scorso luglio il ministro della giustizia Ziobro ha annunciato la volontà dello Stato di ritirarsi sostenendone la pericolosità in quanto si pretenderebbe che i docenti insegnino agli studenti il concetto di genere con un’impronta a suo dire ideologica, sminuendo le differenze biologiche. 

Le molte critiche che si sono sollevate a livello internazionale nell’apprendere che la Turchia voglia ritirarsi dal trattato che porta il nome della sua città più importante, riguardano anche qui la questione che il dietrofront di Erdogan non sia relativo a questioni femminili o di violenza domestica ma attenga all’inaccettabilità dell’esistenza delle persone transgender, che mettono in discussione la divisione tra concetto di genere e concetto di sesso biologico.

Quindi anche la Turchia si posiziona in questo solco al pari dei paesi sopracitati; il presidente Erdogan ha ricondotto le cause del ritiro al fatto che la Convenzione, ideata per promuovere i diritti delle donne, sia stata invece dirottata verso l’accettazione e normalizzazione di pratiche incompatibili con i valori familiari del paese.

Non si sono fatte attendere le manifestazioni nelle principali città turche che hanno colorato di viola le piazze con le bandiere della piattaforma “fermeremo il femminicidio”; inoltre non sono mancate le critiche da parte del panorama internazionale come quelle dell’alto rappresentante della politica estera dell’unione Josep Borrel che ha parlato di decisione come “devastante” e addirittura il neo presidente Americano Joe Biden che ha definito la scelta del governo Turco come una “grande delusione”.

L’Europa resterà ancora una volta ad attendere la mossa di Erdogan che continua ad aggiungere pezzi al proprio puzzle che ha come sfondo un disegno imperialista sulla scia dell’antica cultura conquistatrice Ottomana.

                                                            Ninì Romanazzi