Giuseppe Verdi e Dante Alighieri, l’emblema della cultura italiana

Il sommo poeta, di cui come sappiamo il 25 marzo ricorrono i 700 anni dalla morte, è stato fonte di ispirazione per diversi musicisti a partire dal 1500. Molteplici autori si sono ispirati ai testi danteschi trovando in particolare nella tragicità delle figure dell’Inferno interessanti elementi guida. Alla immensa opera dantesca si è ispirato Listz con il suo poema sinfonico Dante Symphonie.

Attraverso episodi dal carattere fortemente evocativo, Listz, nella versione definitiva del 1857, offre all’ascoltatore un affresco ispirato all’Inferno e al Purgatorio. Qualche anno dopo, nel 1865, il compositore Giovanni Pacini dà alle stampe la sua Sinfonia Dante eseguita in pompa magna durante le celebrazioni a Firenze. Diversi librettisti trovano in personaggi emblematici quali Otello, Francesca da Rimini, Gianni Schicchi e il conte Ugolino fonte di ispirazione offrendo poi ai compositori come Rossini, Puccini, Tchaikovsky, Verdi, Reger, Zandonai, materiale nuovo. In tempi moderni il compositore Nicola Piovani ha composto una cantata per Soprano, Voce recitante e piccola orchestra denominata Vita Nova, ispirata all’omonimo poema. “Avevo a che fare con i versi di Dante Alighieri e i versi di Dante Alighieri sono, secondo me, intoccabili, quanto meno da me. Non riesco a immaginare qualcuno che possa mettere in forma cantata gli endecasillabi della ‘Divina Commedia’ e neanche quelli della ‘Vita Nuova’ “, racconta il musicista. Nella parte recitata, i sonetti sono stati “incastonati” tra brani di musica che scandiscono la sequenza delle due quartine e delle due terzine, rispettando completamente la forma del sonetto stesso, mentre la musica strumentale conduce da una poesia all’altra, interpretando con libertà emotiva il senso dei testi. Per guardarlo interamente:

https://www.youtube.com/watch?v=9_lUlsQhIic

Meno popolarità rievocano le figure del Purgatorio e del Paradiso forse perchè le vite sono meno tribolate e non offrono spunti drammatici per librettisti e compositori.

Nell’ultimo canto del Paradiso incontriamo la preghiera più bella dedicata alla Vergine Maria da Bernardo da Chiaravalle: “Vergine madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura/ termine fisso dell’eterno consiglio”. Per questa preghiera Giuseppe Verdi compone un coro femminile a quattro voci nelle Laudi alla Vergine inserite nei Quattro pezzi sacri che comprendono Ave Maria, Stabat Mater, Laudi, Te deum.

Dopo la primissima opera di Oberto Conte di San Bonifacio, Verdi torna molto tardi a Dante. Non si hanno notizie certe sulla data di composizione delle Laudi di Verdi; probabilmente si collocano fra il 1888 e il 1890, intorno ai 75 anni; il lavoro arriva al pubblico solo diversi anni dopo, (1898) quando Giulio Ricordi convince Verdi ad inserirlo come terzo dei Quattro pezzi sacri. Il compositore aveva ideato queste composizioni tardive come confessioni private, riflessioni interiori, espressioni non di impegno civile ma di ricerca di spiritualità e di fede, senza l’obiettivo di una esecuzione pubblica ma quasi con l’intento di finire nella tomba con sé.

Le Laudi sono un grande lavoro di impegno intellettuale. Ci si ritrova un Verdi diverso che ha  lasciato alle spalle la concezione di musica come comunicazione sociale e politica, che ha già esaurito la sua esperienza politica con Cavour, logorato anche dalla perdita dei suoi amici intellettuali. Come è accaduto per un altro grande quale Rossini, anche Giuseppe Verdi si ritrova nella sua tarda fase a mutare il suo intento compositivo privilegiando una piega intimista e crepuscolare.

Le Laudi sono rimaste per più di un secolo un brano poco conosciuto, eseguito in rare occasioni. La composizione prevede quattro sole “voci bianche”, come compare nel frontespizio della prima stampa, ossia voci femminili (non necessariamente fanciulli cantori) a cui non si chiede il pesante volume dell’emissione lirica come nel dramma (ad esempio quel vibrato ampio che connota la voce potente del cantante tardo-ottocentesco e novecentesco). Ciò che ipotizzava Verdi per le Laudi era un neo-madrigalismo, una esecuzione con voci chiare e leggere. Quando l’esecuzione si avvicina alle intenzioni originali del compositore, il testo dantesco diviene chiaramente comprensibile e il suggello musicale di Verdi ne sottende la profonda meditazione espressa in profonda solitudine, lontano dall’esibizionismo del palcoscenico.

Le Laudi sono l’unico brano di Verdi che utilizza versi di un grande poeta nati per essere letti e non per essere intonati dal canto. Nella sua vita creativa Verdi ha sempre concepito il testo poetico come una base, una impalcatura per la drammaturgia che la musica avrebbe poi esaltato. Invece con le Laudi  il compositore affronta la grande poesia.

 Le Laudi quindi costituiscono la composizione meno teatrale del ciclo dei Quattro pezzi sacri;  ogni immagine del testo, ogni concetto etico, filosofico, dottrinario, viene meditato e riespresso con mezzi puramente musicali, senza alcun riferimento all’espressività melodrammatica, diversamente dai due Pezzi Sacri che precedono e seguono le Laudi ossia lo Stabat Mater e il Te Deum. Verdi costruisce gran parte della composizione utilizzando con sorprendente ricorrenza il numero tre, il numero simbolico di Beatrice e Dante sin dalla Vita Nuova, che su tal numero poggia l’intera  struttura. Ritroviamo questo numero nell’organizzazione delle voci, nella ripetizione di alcune parole, nello stilema armonico e compositivo.

La differenza con il poeta fiorentino è che nelle Laudi Verdi non viene investito da quell’onda luminosa che travolge Dante nell’ultimo canto. La sua è una forma di spiritualità “desiderosa di fede di cui però non esistono certezze, lasciata in un universo di dubbi col terrore del vuoto e del nulla, ma non scettica né tanto meno dichiaratamente atea“. (Antonio Rostagno)

Le Laudi alla Vergine Maria concludono quindi il rapporto di Verdi con Dante, che era iniziato nel lontano 1839 con l’Oberto conte di San Bonifacio e il personaggio protagonista di Cuniza. Ma le Laudi pongono fine anche alla lunga storia del rapporto fra Dante e i musicisti nell’Ottocento, che era iniziato con Nicola Zingarelli e Gaetano Donizetti.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento si assiste ad una generale riconsiderazione di Dante nella cultura italiana: nella Nuova Italia si sviluppa un processo di diffusione della sua figura e della sua poesia con pesanti motivazioni nazionalistiche e populiste.

Nel 1865 si tengono a Firenze le celebrazioni Dantesche con altisonanti nomi di poeti e compositori che inneggiano al poeta come emblema dell’Unità d’Italia da poco compiuta e del trasferimento della capitale proprio a Firenze. La stampa dell’epoca dichiara: “Nessuna occasione poteva presentarsi più propizia di una simile manifestazione dell’orgoglio identitario nazionale per presentare la nuova capitale ai più insigni rappresentanti delle altre provincie italiane”. Giornali e periodici conferiscono ampia testimonianza della varietà di pubbliche cerimonie previste nel programma dei festeggiamenti. L’indomani su “La Nazione” si parla di evento “memorabile” che avrebbe lasciato un “ricordo glorioso della gioia di un giorno che cancella un dolore di secoli. Spettacolo maestoso: che compendiava tutte le nostre istorie nell’assemblamento lieto di tante genti fin oggi divise, e vaticinava alla madre patria serenità e sicurezza di futuri destini”.

Ma il vegliardo Giuseppe Verdi non segue affatto questa corrente e si incammina su una strada del tutto solitaria e contro corrente, verso la meditazione. Una situazione piuttosto singolare se si pensa che il compositore sia ancora oggi la massima espressione del popolo italiano, il simbolo del Risorgimento popolare, colui che ha contribuito con la sua musica a costruire l’Italia. Egli ha ritenuto la musica non solo un mezzo per “divertire” e ma uno strumento per plasmare una forte coscienza civile e morale. Il Verdi ancora divulgato all’epoca è quello della “trilogia popolare” (Traviata, Rigoletto, Trovatore) ma il compositore guarda ormai in direzioni del tutto divergenti. In questo percorso non c’è nulla né del populismo né del nazionalismo intesi nel senso comune e aggressivo dei termini. Quello delle Laudi (e in generale dei Quattro pezzi sacri) è un Verdi filosofo che parla della sua esperienza spirituale, un intellettuale che aspira a trovare la fede preclusa dalla sua vicenda esistenziale.

 E tutto questo travaglio è stato espresso nella musica, solo nella musica.