Intervista verità al colonnello Carlo Calcagni

Uomo dalle imprese impossibili, eroe dei nostri tempi. Elicotterista e vittima del dovere. Il Colonnello Carlo Calcagni è stato a stretto contatto con l’uranio impoverito durante la missione Internazionale di pace nel 1996, nei Balcani, in Bosnia-Erzegovina. “Un militare – dice – è addestrato al pericolo, ma per padroneggiarlo deve conoscerlo”.  

Riceviamo e pubblichiamo il suo racconto verità. La sua storia.

Sono Carlo Calcagni, ho 52 anni e sono Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano. Mi sono arruolato nell’Esercito Italiano in data 08 gennaio 1988, presso la Scuola di Fanteria e Cavalleria a Cesano di Roma, non avevo ancora compiuto i miei 20 anni. Dopo la maturità classica, un mio caro amico decise di partecipare al concorso per allievi ufficiali e mi chiese la cortesia di redigere la sua domanda alla macchina da scrivere di mio padre. Pensai bene di redigere anche la domanda per me, ma nessuno dei due pensava di poter superare il concorso. L’idea di provarci e di allontanarci dal paese per un paio di giorni, per noi ragazzi del sud, era comunque un fatto nuovo e  molto importante che ci riempiva di entusiasmo. L’entusiasmo per tutto quello che faccio ha da sempre caratterizzato il mio agire e mi ha portato, oggi, ad essere il Colonnello Carlo Calcagni, esempio di vita per molti.

Pensavo che la mia domanda non sarebbe stata accolta. Invece, con orgoglio, superai il concorso e  frequentai il 130° Corso Allievi Ufficiali di Complemento presso la Scuola di Fanteria e Cavalleria di Cesano di Roma, per poi essere destinato, al termine del corso, come Ufficiale di 1^ nomina, alla Scuola Militare di Paracadutismo di Pisa.

Vincitore di concorso, nel 1990 ho frequentato  il 27° Corso ufficiali piloti militari di elicottero presso la scuola di volo dell’Aeronautica Militare a Frosinone, completando poi l’iter presso il centro dell’Aviazione dell’Esercito a Viterbo, dove ho proseguito  gli studi per un altro anno e mezzo circa ed ho conseguito tutte le abilitazioni e specializzazioni, classificandomi  al 1° posto, con la massima votazione, nel  selettivo corso di pilotaggio. L’alto punteggio ed il primo posto in graduatoria mi consentirono  di scegliere la sede operativa di destinazione. La mia  richiesta di trasferimento presso il 20° Gruppo Squadroni AV.ES. “Andromeda” di Pontecagnano (SA), trovò accoglimento. Scelsi Pontecagnano perché era un Reparto operativo, distante solo 320 km da Guagnano, dove c’è la mia famiglia. Spesso tornavo a casa in licenza, in sella alla mia  bicicletta.

Sono cresciuto a pane e sport. Ho iniziato con lo sport  quando ero un bambino e fino all’età di 18 anni ho praticato judo. Ho praticato anche atletica leggera, con un personale sui 100 metri di 10” e 60, poi penthatlon Militare. Più tardi ho scoperto la mia grande passione per le due ruote ed  in sella alla mia bici ho vinto davvero tanto. Mi chiamavano “il fuggitivo” perché staccavo il gruppo sulla prima salita. Ho vinto tutte le  gran GranFondo più prestigiose e non tardarono ad arrivare le proposte di alcuni team professionistici che mi volevano arruolare in squadra. Ma io ero un militare convinto e per passione, ero un elicotterista istruttore  di volo che amava davvero il proprio lavoro. Nonostante le proposte sportive allettanti, scelsi  di continuare a servire la Patria e di dedicarmi alla bicicletta nel tempo libero.

Come ti sei ammalato?

Durante una missione internazionale. Ho affrontato diverse missioni in qualità di pilota elicotterista, in Italia e all’estero. Sono stato in Turchia, Albania, Aspromonte e in Sicilia dopo l’attentato in cui perse la vita il giudice Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Nel 1996 sono stato inviato, insieme ad altri 3000 soldati italiani, in Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo in qualità di pilota, l’unico del contingente Italiano, nell’ambito della missione di pace Nato “Joint Endeavour”, sotto l’egida dell’ONU, per il servizio MEDEVAC (evacuazione medico sanitaria), per il recupero feriti e salme, per il soccorso militare e civile. Avevo il preciso compito di intervenire con l’elicottero in ogni situazione, con urgenza e con ogni livello di  rischio, anche per portare soccorso ai feriti che, in zona di guerra, si contano numerosi sia tra le truppe che tra la popolazione civile. A mani nude ho caricato sull’elicottero corpi lacerati dalle esplosioni, cadaveri o quel che di loro restava. Scrivono di me nel libro “Rivincita“ del Ministero della Difesa:

“Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano, Paracadutista, Pilota e Istruttore di volo di Elicotteri, vittima del dovere, ammalatosi per causa e fatti di servizio durante la missione Internazionale di pace nel 1996, nei Balcani, in Bosnia-Erzegovina, dove lui svolgeva ogni attività di volo necessaria in un Vero e proprio contesto di guerra, nell’ambito delle operazioni di peacekeeping svolte dalla Nato, sotto l’egida delle Nazioni Unite, svolgendo, tra le numerose missioni di volo, anche servizio MEDEVAC, evacuazioni medico-sanitarie, un’attività che era rivolta non soltanto ai militari ma anche alla popolazione civile, quindi il più nobile dei servizi alla collettività: salvare vite umane!” Sulla mia storia è stato, persino, realizzato un docu-film dal regista Michelangelo Gratton, intitolato: “Io sono il Colonnello”, già vincitore di importanti premi internazionali.

Sono sempre stato ligio al dovere, ho eseguito prontamente gli ordini ricevuti dai miei superiori, mai  mi sono tirato indietro, nemmeno nelle situazioni più pericolose, tanto che, in Bosnia, ho ricevuto due elogi ed un encomio, scritti, per aver dato lustro all’Esercito Italiano ed all’Italia intera, anche in ambito internazionale.

Un militare è addestrato al pericolo, ma per padroneggiarlo deve conoscerlo.

Gli americani avevano avvertito il Ministero della Difesa italiano della tipologia di armamenti utilizzati in Bosnia, indicando le aree colpite e fornendo un disciplinare di intervento nelle zone ad alto rischio contaminazione chimica/fisica. Tuttavia, nessuno di noi, impiegati in quelle terre dilaniate dalle bombe per adempiere al  dovere, fu mai informato del grave e reale rischio a cui eravamo esposti.

Nulla fu mai fatto per fornire, alle truppe italiane, l’equipaggiamento adeguato per operare in sicurezza in quelle aree contaminate, né furono fornite  le informazioni necessarie per  affrontare in sicurezza il nemico tanto invisibile quanto micidiale. Ho respirato inconsapevolmente le nanoparticelle di metalli pesanti che si sono liberate nell’aria con l’esplosione degli ordigni all’uranio impoverito e hanno oltrepassato la barriera polmonare e, attraverso il sangue, hanno raggiunto e avvelenato tutti gli organi del mio corpo, persino il mio DNA è stato contaminato. Posso dirvi che nel mio corpo sono stati trovati 28 metalli pesanti, dei quali è stata dimostrata la presenza in quantità esageratamente elevate.

Nel mio organismo: Alluminio, Antimonio, Argento, Arsenico, Berillio, Cadmio, Cesio radioattivo, Cromo, Ferro, Manganese, Mercurio, Nichel, Oro, Palladio, Piombo, Platino, Rame, Rodio, Stagno, Stronzio, Tallio, Titanio, Torio, Tungsteno, Uranio radioattivo, Vanadio. Metalli pesanti, tossici, tra cui due radioattivi: Cesio e Uranio. Valori impressionanti, anche 22 mila volte oltre i valori di riferimento. Li hanno trovati nel fegato, nei polmoni, nel midollo osseo, anche nel DNA.

Ogni mia giornata è, da 18 lunghissimi anni, scandita dai ritmi delle terapie farmacologiche, dall’immunoterapia appena mi alzo, dalle sedute settimanali di plasmaferesi ospedaliere, dall’ossigenoterapia per almeno 18 ore al giorno, dalle flebo quotidiane con centinaia di compresse da ingerire, dal rumore del ventilatore polmonare notturno ed ogni strumento necessario al mio corpo per poter sopravvivere.

Ma per vivere ho bisogno di correre, di dare fiato a polmoni stanchi e musica ad un cuore malconcio, di scaldare le gambe al ritmo di pedivelle che girano e che veloci mi accompagnano a respirare lungo le strade del Salento, verso il mare, solo con i miei pensieri, o con mio figlio e gli amici al mio fianco. A volte il fisico non ce la fa, ma è la mente che comanda!

“Vivo di sfide: nonostante tutto, ancora oggi, sono pronto a dare la mia vita per il tricolore!”

Il mio quadro clinico è devastante, degenerativo ed irreversibile. Sono affetto da disfunzione dell’ipofisi, mielodisplasia, fibrosi polmonare con interstiziopatia ed insufficienza respiratoria, insufficienza renale, epatica, pancreatica, cardiopatia, ipossia tissutale, perdita della sensibilità agli arti, sensibilità chimica multipla, sclerosi multipla cerebrale e, a giugno 2015 mi è stato diagnosticato anche il  morbo di Parkinson.

Quando sono insorti i primi sintomi?

Ero un pilota elicotterista dell’Esercito e perciò, periodicamente mi sottoponevo  ad una serie di controlli clinici, essenziali a misurare l’efficienza psicofisica, che deve essere  ai massimi livelli in chi sceglie di padroneggiare il cielo, soprattutto perché gli  si affidano  altre vite, missioni importanti e mezzi costosissimi. I risultati clinici non segnalavano nulla di anomalo, ma il mio corpo mi inviava segnali in direzione  contraria e mi avvertiva che qualcosa non andava.

Amavo volare. Fosse per me, non scenderei mai dall’elicottero. La  passione per il mio lavoro e la condizione fisica perfetta, non mi davano modo di accusare la stanchezza. Nel mio stato di servizio, relativamente alla missione in Bosnia, per esempio, è attestato che ho svolto un totale di 50 ore di volo in 4 mesi, quando normalmente se ne fanno poco più della metà in un anno intero. Nei mesi immediatamente successivi al mio rientro  dalla Bosnia, cominciai ad avvertire malessere generale, specialmente durante l’attività di volo. Avevo fame d’aria, costante mal di testa, nausea, cattiva digestione, ridotta concentrazione e una assurda stanchezza, che prima quasi non conoscevo, ma che iniziava a farsi insistente, in ogni parte del mio corpo.

Anche durante i miei allenamenti in bicicletta, mi accorgevo di non riuscire più a superare  né ad eguagliare la mia prestazione del giorno precedente. Dopo aver percorso distanze brevi, già mi mancava il respiro, mentre i battiti  del mio cuore si facevano irregolari  e la forza nelle gambe diminuiva chilometro dopo chilometro. Eppure i controlli clinici, eseguiti presso l’istituto medico legale dell’Aeronautica Militare di Roma, riportavano solo valori nella norma.

Proprio a causa del costante malessere, decisi di effettuare un ricovero ospedaliero per accertamenti, durante un periodo di licenza programmata. Come da prassi, mi sottoposti ad una serie di esami clinici che evidenziarono  immediatamente una forte sofferenza del fegato. I medici decisero di approfondire lo stato di salute con una lunga serie di accertamenti clinici e delle biopsie che misero in evidenza e documentarono un quadro clinico disastroso a carico di vari organi.

In Bosnia ero l’unico pilota del primo contingente italiano. Volavo con gli elicotteri dei francesi, con i colleghi piloti francesi. Ho saputo che molti di loro sono nelle mie stesse condizioni. Altri sono morti, purtroppo. Ad oggi si contano più di 400 militari morti e più di 7000 ammalati che, come me, lottano per sopravvivere.

Ogni scoperta porta con sé un carico emotivo, non sempre positivo. È stata una fase davvero molto critica della mia vita. Non è affatto semplice né indolore scoprire e dover accettare una diagnosi impietosa come la mia, giunta nel momento in cui mi sentivo l’uomo più forte e fortunato del mondo. Avevo un lavoro che adoravo e che avrei svolto anche gratis per quanto mi gratificava; avevo sposato Chiara da appena un anno;  avevamo comprato casa e pensavamo al nostro futuro con i nostri figli, fortemente desiderati.

È stata davvero dura. La mia famiglia ed i miei genitori si sono stretti attorno a me per sostenere il mio dolore, mentre soffrivano anche loro. Mi sono stati vicini anche alcuni amici, ma mi è mancata la solidarietà del mondo militare. Proprio questo mi ha ferito molto perché l’Esercito, per me, era ed è ancora la mia seconda famiglia. Certo, manca il legame di sangue, ma quando si lavora nei reparti in cui ogni giorno si rischia la pelle, fianco a fianco, si diventa come fratelli, si crea una unione forte che il Reduce di El Alamein Santo Pelliccia ben definiva “legame di cuore”.

Come fai a sopravvivere nonostante tutto?

Non è mia abitudine rispondere con una domanda, ma chiedo: qual è l’alternativa? Ovvio che non è piacevole fare, ogni giorno, 7 iniezioni di immunoterapia al mattino appena mi alzo, assumere oltre 300 compresse, restare incatenati, con un ago in vena, alla flebo per 4-5 ore, passare un intera giornata in ospedale, legato alla macchina della plasmaferesi, infilare il tubicino dell’ossigeno nelle narici e portare a spalla il peso dell’erogatore nello zainetto, ovunque, anche durante i miei allenamenti con il triciclo.

Non è piacevole, vi assicuro, indossare la maschera ermetica collegata al respiratore polmonare, ogni sera prima di mettermi a letto e tenerla per tutta la notte, caratterizzata da continui risvegli. E poi si deve aggiungere il ricovero di 15 giorni ogni 3-4 mesi presso il Breakspear Medical di Londra dove mi sottopongo ad esami specifici e anche dolorosi.

Non è assolutamente semplice da affrontare, ma non ho alternative. I medicinali mi permettono di sopravvivere ed io mi sottopongo ad ogni terapia, ad ogni intervento che si rende necessario perché voglio vivere, voglio restare agganciato alla vita fino all’ultimo respiro.

Trovo la forza per i miei figli Francesca e Andrea, per tutti coloro che in me hanno trovato un esempio di coraggio e per me stesso che credo nel valore preziosissimo della vita, un dono meraviglioso che riceviamo per il viaggio in questo mondo e tutti abbiamo il dovere di difenderla con tutte le nostre forze, amandola, e abbiamo il dovere di tutelarla, ancora di  più, proprio quando diventa fragile. 

A chiunque, nella vita, può capitare di cadere. A ciascuno spetta di decidere se rialzarsi  oppure di lasciarsi andare alla tragicità degli eventi e del destino. Sin da piccolo ho imparato  a rialzarmi, ogni volta con maggiore  determinazione. In questo mi ha molto aiutato lo sport che mi ha insegnato a vedere ogni prova come misura di coraggio, di forza e di carattere.

Inizialmente, I medici italiani mi avevano vietato l’attività fisica, vista la mia grave condizione clinica. Ma lo studio di un’equipe medica inglese ha dimostrato che proprio grazie all’attività fisica in generale, posso  stare meglio.

La bicicletta, oggi un triciclo, è davvero la mia ancora di salvezza. Prima della diagnosi perché mi ha permesso di costruire un fisico ed una mente forte, dopo la diagnosi, perché mi ha consentito di essere resiliente. Io ho bisogno di fare sport per sentirmi vivo, ma anche per sopravvivere. Il mio corpo è in sofferenza per ipossia e per il danno neurologico. L’ossigenazione nei miei tessuti è gravemente insufficiente.

Una saturazione di ossigeno che raramente supera il  60% a fronte di valori normali che si attestano tra 98 e 100%. Quando pedalo, senza l’ossigeno, la mia saturazione, che spesso si riduce al 15%, riesce ad aumentare fino al 40%. Con l’ossigeno riesce a salire fino a superare l’80%.

Per questo dico che i farmaci mi consentono di sopravvivere, ma è la bicicletta che mi fa vivere. L’attività fisica è un ottimo sistema naturale per far arrivare ossigeno alle cellule del mio corpo, avvelenate dalla massiccia concentrazione di metalli pesanti.

Pratico anche canottaggio indoor. Le prime medaglie  d’oro arrivarono agli Invictus Games del 2016 e sempre con la maglia del GSPD a dicembre 2020 ho vinto 3 medaglie d’oro ai campionati europei, tre titoli di Campione Europeo ed ho anche stabilito due record del mondo nella gara 1 minuto ed in quella di 4 minuti.

Da ultimo ho anche riscoperto il piacere e la passione della corsa, grazie ad Alinker, una sorta di bicicletta senza pedali progettata da Barbara Alinker per la sua mamma che detestava la sedia a rotelle. Alinker è un supporto straordinario per chi ha problemi a deambulare. A gennaio, nello stadio Nebiolo di Torino, ho fissato in 16.470 metri, il record dell’ora nella corsa, con Alinker, verificato ed ufficializzato dai giudici federali della FIDAL.

Ancor più straordinario è quel che ha avuto inizio a partire da quel record.  Steven, un ragazzino di 11 anni con difficoltà motorie, ha avuto modo di seguire  la mia prova con Alinker ed ha deciso di abbandonare la sedia a rotelle  di  muoversi in autonomia con l’Alinker che gli abbiamo donato. Steven si alza ogni mattina con l’intenzione di battere il mio record ed io sarò felicissimo il giorno in cui accadrà.

Perché tutto è possibile se ci credi veramente. Tra le attività preferite, c’è anche il dibattito incontro con i ragazzi nelle scuole di ogni ordine e grado, dove sono chiamato per portare la mia testimonianza ed il mio esempio, nell’ambito dei vari progetti educativi di ciascun istituto scolastico.

Dal 2015 sono costretto a pedalare su una bicicletta da corsa con tre ruote: il mio triciclo volante, sul quale trova posizione l’erogatore dell’ossigeno portatile, mentre mi assicura stabilità ed equilibrio contro il deficit neurologico ed i tremori del Parkinson.

Una bicicletta normale mediamente pesa 7 kg. Il triciclo invece pesa 30 kg. Pertanto, la pedalata sulle tre ruote richiede uno sforzo più intenso. Ma sebbene il triciclo abbia il vantaggio di assicurare stabilità ed equilibrio, nelle curve richiede maggiore attenzione rispetto alla bici tradizionale, perché bisogna essere molto capaci a bilanciare la forza centrifuga ed il peso. 

Può essere riassunto nel metodo delle tre C: costanza, caparbietà e concentrazione. L’allenamento per me è una abitudine piacevole perché mi distoglie dalle problematiche di salute o di altro genere e mi fa sentire vivo. Ma è anche una abitudine necessaria che mi aiuta a rallentare la progressione della malattia, soprattutto quella neurologica. Se salto gli allenamenti, dopo due, tre giorni al massimo, i miei muscoli si bloccano e non riesco nemmeno a stare in piedi. Quando c’è bel tempo, mi alleno su strada, mai da solo però. Devo portare sempre con me la siringa di adrenalina contro lo shock anafilattico perché ogni imprevisto può essermi fatale. Di solito mi fanno compagnia gli amici del Team Calcagni e talvolta anche mio figlio  Andrea. Averlo accanto anche nello sport mi riempie davvero di gioia e mi ripaga per la febbre alta che spesso ho dopo gli sforzi intensi. La parte più corposa dei miei allenamenti quotidiani  si svolge sui rulli, subito dopo la terapia in vena. Cerco di sfruttare al meglio il tempo a disposizione, faccio sport per ore. Dopo i primi  20 minuti in cui devo controllare i dolori e le scarse energie, grazie ad una straordinaria forza mentale, inizio ad avvertire i benefici derivanti dall’attività motoria, sia a livello fisico, sia a livello mentale. Spesso sfrutto le ore di allenamento per partecipare alle gare virtuali, o cosiddette a distanza, molto frequenti in questo periodo di isolamento sociale.

La mia vita è un cammino accanto alla morte. Grazie al ciclismo, alle gare, cerco di staccarla, di andare in fuga lasciandola indietro. Cerco di dimenticarla per quei minuti, quelle ore in cui do tutto me stesso spingendo sui pedali con tutte le mie forze, fisiche e soprattutto mentali, riuscendo a canalizzare tutta la rabbia ed i dolori che diversamente farebbero danni irrimediabili.

Il ruolo d’Onore è una realtà unica, tutta italiana che probabilmente il resto del mondo ci invidia. Il D. Lgs 15 marzo 2010, prevede che gli ufficiali, i sottufficiali, i militari e i graduati di truppa dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, del Corpo della Guardia di finanza e del Corpo della polizia penitenziaria, collocati in congedo assoluto perché riconosciuti permanentemente inabili al servizio militare per mutilazioni o invalidità riportate per causa di servizio, siano iscritti d’ufficio nei ruoli d’onore corrispondenti per ciascuna Forza armata. Gli iscritti nel Ruolo d’onore possono essere richiamati in servizio (a domanda) e conseguire un avanzamento al grado superiore a quello con il quale vi furono iscritti, dopo aver conseguito 5 anni d’anzianità nel grado, fino a 3 promozioni o 4 per chi ha il 100% d’invalidità permanente con super invalidità.

A dicembre 2020 ho partecipato al campionato Europeo di Canottaggio, valido anche per gli Invictus Games: ho vinto 6 medaglie d’oro, 3 titoli di Campione Europeo ed ho stabilito due nuovi record del mondo.

La pandemia ha messo tutti a dura prova, nello sport come in ogni altra attività. Chi come me deve districarsi tra patologie, terapie, interventi clinici e deficit immunologici ha sicuramente incontrato maggiori difficoltà, anche per l’isolamento.

Lo sport, soprattutto quello paralimpico, è uno straordinario mezzo di aggregazione sociale che aiuta chi ha problemi fisici, ad uscire di casa, ad instaurare e coltivare  relazioni umane, interessi ed obiettivi. Ed è attraverso queste cose che si misura la qualità della vita.

L’emergenza covid ha costretto tutti ad un percorso inverso, obbligando all’isolamento in casa propria. La tecnologia però è di grande aiuto  perché, pur restando distanti ciascuno nella  propria casa, consente l’aggregazione, l’unione, la condivisione e la partecipazione  a vere e proprie competizioni virtuali in qualunque parte del mondo, entusiasmanti e faticose, tanto quanto quelle reali. Negli ultimi tempi ho trasformato l’irrinunciabile  allenamento quotidiano in tante sfide virtuali che mi hanno consentito di misurare la mia forma fisica e di confrontarmi con atleti di tutto il mondo.

Ho vinto ogni gara a cui ho partecipato e le medaglie che ho ricevuto a casa, resteranno a memoria di un periodo difficile, ma sono anche la testimonianza che sempre si può trarre qualcosa di positivo anche dalle situazioni negative, ma per farlo è fondamentale non arrendersi, mai, dinanzi alle difficoltà.

Talvolta la burocrazia ammazza più della malattia. La mia vita è  testimonianza dei benefici che lo sport apporta alla salute psicofisica, a qualunque età e in qualunque condizione. Vivo davvero grazie allo sport, nonostante i valori clinici definiti incompatibili con la vita dai  medici che mi curano. Lo stesso Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa è stato costituito per offrire ai reduci un’occasione per partecipare alla vita dello Stato attraverso la disciplina sportiva. Ma il “sistema”, tra commissioni mediche internazionali, classificazioni e autorizzazioni, anziché favorire l’inclusione, molto spesso, esclude. La mia disabilità non è immediatamente visibile come lo è un’amputazione. La mia è una disabilità funzionale invisibile che però mi impone di ad assumere ogni giorno una mole impressionante di farmaci salvavita. Senza i farmaci io non sarei più qui. E vi assicuro che non sono affatto felice di dover mandar giù pugni amari di compresse, tra un boccone e l’altro, ogni giorno, a ciascun pasto, tutti i giorni. A volte proprio non vogliono scendere  nell’esofago e si fermano in gola.

Ma non posso farne a meno per vivere. Ed io voglio vedere crescere i miei figli, voglio guidarli verso il loro futuro, voglio proteggerli, come penso  sia desiderio di ogni genitore.

Me lo auguro.  Io sto facendo la mia parte, allenandomi quotidianamente con il massimo impegno possibile, perché se avrò l’opportunità di rappresentare l’Italia a Tokyo, sono sicuro che porterò il Tricolore sul gradino più alto del podio.

Non mollate mai, non smettete mai di allenarvi, anche quando vi sentite a pezzi. Radunate tutte le energie e in ogni occasione mettete in circolo l’amore per la vita,  anche attraverso l’attività fisica. E soprattutto: non permettete a qualcuno di rubare i vostri sogni.

Le paralimpiadi di Tokio. Tutto è possibile se ci credi veramente e se non ti arrendi. Se ti arrendi è finita! Per questo devi crederci sempre e comunque. Io ho una grande fede, una mia cosa personale dovuta alle esperienze di vita. Ma in generale bisogna credere in sé stessi, anche quando ti dicono che non ce la farai, mai. Ogni sfida può sembrare difficile e fuori portata, ma di certo non impossibile. Impossibile è una parola che ho imparato a cancellare dal mio vocabolario.

Il mio “mai arrendersi” è un ordine! Sono certo di poter regalare all’Italia due medaglie d’oro. Per me è un grande onore poter servire ancora la Patria.  Ho fatto un giuramento di fedeltà che sento vivo e forte nel mio cuore. Nonostante tutto, ancora oggi sono disposto a dare la vita per la Patria.

Quando si è portatori sani di luce, tutto diventa davvero possibile se è forte la consapevolezza che Cristo è luce. Allora ogni ostacolo potrà essere abbattuto e vinto, perché solo quando si entrerà in armonia con la luce si diventerà parte del Paradiso in terra e degno testimone di quei profondi valori che indirizzano la vita nella direzione del bene comune e dell’amore per il prossimo.