A tu per tu con Samantha Spinazzola

La sua è una passione che viene da lontano. la musica è crescita con lei dentro di lei. Poi a tredici anni arrivano le prime lezioni di canto. lei è Samantha Diletta Spinazzola, ventisette anni, mezza napoletana da parte di mamma, per l’altra metà pugliese. Dice di lei “Amo cantare e sperimentare nel lavoro e nella vita in generale”. L’abbiamo incontrata.

Quando nasce la tua passione per la musica?

Ho sempre canticchiato in realtà, fin da piccolissima e ritengo una fortuna essere cresciuta con una mamma dagli ottimi gusti musicali: in casa si ascoltavano spesso artisti come Pino Daniele, i Queen, Mina. Se dovessi focalizzarmi su di un evento in particolare, però, ricordo di essere rimasta affascinata durante un festival canoro della mia città al quale mia sorella, più grande di me di 6 anni, partecipò. Io avevo 6, forse 7 anni. A casa ballavo e cantavo spesso con lei (facevamo degli spettacoli da far invidia a Heather Parisi) ma da quel momento cominciai a farlo anche da sola, nella mia camera e probabilmente con un po’ più di consapevolezza.

Qual è stato il tuo percorso musicale?

Ho cominciato a studiare canto a 13 anni con il M° Lucia Diaferio. Con lei ho imparato le basi della tecnica vocale, del solfeggio e ho lavorato molto su me stessa, provando ad acquisire più sicurezza. Dopo questa esperienza, infatti, mi sono lanciata partecipando a vari festival canori, ricevendo anche dei premi come il premio Fonopoli, indetto da Renato Zero, al “giovane talento artistico”. Ma ho preso parte anche a svariati Musical con la compagnia “Tra Cielo e Terra”, ho cantato per un certo periodo in un quartetto polifonico e presto ho cominciato a guadagnare come corista per matrimoni e con il duo “KeccoSa”.

Più in là ho ripreso a studiare tra Trani e Bari e lavorare come insegnante di canto ma, allo stesso tempo, come cantante in alcune formazioni come “A noi ce piace o’ blues”, un progetto musicale interamente dedicato a Pino Daniele. Ho cantato con la band “Pin Quintet” tra matrimoni e serate nei locali, piazze della Puglia e non solo. Grazie a loro ho sperimentato anche generi come la bossanova, lo swing e il jazz. La svolta però c’è stata nel 2018 con l’iscrizione al “Pentagramma”, una nota scuola di musica a Bari. Dopo alcuni mesi sotto la guida dell’insegnante Gabriella Schiavone, di comune accordo, abbiamo pensato che sarebbe stato meglio, per me, intraprendere un percorso ancora più completo e così nel settembre 2019 superando l’esame di ammissione, sono entrata in Conservatorio. È qui che sono ancora oggi e studio Canto Jazz affiancata dal M° Giovanna Montecalvo.

n episodio del tuo vissuto musicale che ricordi particolarmente?

Più che un episodio ricordo proprio un periodo della mia vita in cui ho avuto la fortuna di vivere un’esperienza singolare.

È stato forse il 2015 quando i Medison, un’associazione Onlus composta da ragazzi, artisti di ogni genere, con all’interno l’omonima band, mi hanno chiesto di prendere parte ad un progetto che stavano ideando e che avrebbero voluto portare nei teatri.

Non erano nuovi in questo genere di progetti e a me i loro lavori erano sempre piaciuti, quindi non ho esitato ad accettare. Trattavamo temi come l’integrazione, la fratellanza e in quel progetto abbiamo coinvolto alcuni dei ragazzi del centro di prima accoglienza “Villa S.Giuseppe” di Bisceglie.

Conoscerli, ascoltare le loro storie, far parte del loro presente e custodire il loro prezioso e sacro passato, poter gioire e condividere insieme piccoli traguardi e immergere tutto questo in un contesto artistico attraverso canzoni, balli e monologhi scritti su esperienze vissute, mi ha coinvolta parecchio.

Abbiamo viaggiato in tour per il sud Italia conoscendo nuove realtà e persone che ci hanno trasmesso tanto, più di quanto potessimo immaginare. “inDIvisibili”, così si chiamava lo spettacolo, è stata un’avventura artistica ma soprattutto umana che porterò sempre con me, sicuramente.

Ci sono progetti in cantiere?

In questi giorni sanremesi non lo nascondo, penso spesso che partecipare ad un Festival di quel calibro prima o poi sarebbe veramente una gran bella cosa. Immagino che quasi tutti gli artisti in fondo ambiscano a questo. Anche solo per l’idea di calpestare un palco storico che ha visto dei grandi come Domenico Modugno e Tosca è un’emozione unica nel suo genere. Ed in più credo che Sanremo sia da sempre una grande e luminosa vetrina per chi si vuole fare strada in questo mondo. Ma parlando di cose più concrete e vicine presto uscirà il brano “Libera” di Antonio Molinini, il quale, oltre ad essere un bravissimo compositore e polistrumentista nostrano, è un mio caro amico e ha fortemente insistito perché io prendessi parte a questo suo nuovo progetto musicale. Una bella sfida devo dire, per la quale mi sono approcciata ad uno stile canoro diverso dal solito. Un brano frizzante, forte, con un testo semplice e diretto, pensato per arrivare subito al pubblico e con un ritornello orecchiabile, difficile da dimenticare. Ed è quello che ci auguriamo.

Per concludere: cosa sono per te il canto e la musica?

Si potrebbe fare una lista di quanti lavori io abbia provato ad imparare in tutti questi anni e come ogni volta, puntualmente, mi sono trovata a fuggire da questi per ritrovarmi poi, a fare musica. Non sono nata in una famiglia di musicisti ma di lavoratori, di quelli che si rimboccano le maniche e sudano, quindi il concetto di “vivere di musica” è un po’ utopistico dalle mie parti. Mia madre all’inizio non capiva e adesso addirittura supporta questa mia scelta, chi l’avrebbe mai detto. Questo per dire che quando nella vita si ha una forte passione la si potrà reprimere fino allo sfinimento… ma alla fine tornerà sempre indietro come un boomerang. Senza musica mi sentirei persa e senza la mia voce non mi riconoscerei. Cantare è il mio modo preferito di comunicare e l’ho capito col tempo. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con la cristianità ma condivido pienamente il pensiero attribuito a sant’Agostino che cantando si prega due volte e allora la musica è la mia preghiera preferita.