In epoca digitale anche le accuse si “aggiornano”

Il colpo di stato in Myanmar del 1° febbraio scorso ad opera dell’esercito birmano, il Tatmadaw, ha portato come noto all’arresto della leader della lega nazionale per la democrazia Aung San Suu Kyi, dichiarando poi lo stato di emergenza per un anno.

Per minare subito l’idea che si viene a creare a causa di pregiudizi di un mondo diviso soltanto in mostri ed eroi, si è cercato comunque di delineare in modo completo e fotografico la figura di San Suu Kyi, la quale agli occhi del mondo a causa del genocidio dei Rohingya, è stata fortemente screditata, pur restando all’interno del suo Paese l’unico simbolo vero della democrazia.  

A seguito dell’arresto quindi è facile immaginare quali siano state le conseguenze per la popolazione sfociate nelle aspre proteste di piazza degli ultimi giorni.

Le accuse formali mosse contro San Suu Kyi hanno subito nel corso di quest’ultimo mese una “mutazione” che ne avallasse e inasprisse le cause dell’arresto stesso. Infatti se al momento dell’arresto le due accuse riguardavano la circostanza che San Suu Kyi avesse importato e utilizzato illegalmente dei walkie talkie e avesse violato la legge birmana sui disastri naturali invitando la popolazione a riunirsi e dimostrare nonostante la pandemia in corso, lunedì 1° marzo le accuse sono state “aggiornate” dal Tribunale del Myanmar e mutate in “utilizzo di mezzi di comunicazione illegali” e “procurato allarme nella popolazione” a causa della divulgazione di notizie riservate. Secondo la stampa internazionale, se le accuse iniziali avrebbero avuto come effetto la reclusione fino a tre anni, invece non è ancora chiaro che tipo di pena si commisurerà per le ultime, la questione è stata per ora rinviata al 15 marzo. 

A riprova della singolarità di questo processo la leader settantacinquenne è apparsa in video per la prima volta dal giorno del golpe il 1° marzo durante la prima udienza del processo che la vede protagonista. Non è ancora chiaro dove abbia passato quest’ultimo mese, e anche l’incontro con i legali è stato singolare: il capo del team legale della donna ha dichiarato alla Bbc di non essere riuscito a vederla di persona e di averle parlato attraverso un muro della stanza in cui era detenuta. 

Queste accuse mutate arrivano esattamente e naturalmente dopo il giorno più violento e sanguinoso delle rivolte che hanno fatto seguito al golpe; infatti domenica scorsa durante le manifestazioni sono morte ben 18 persone e altre 30 sarebbero state ferite. L’esercito, che è accusato di usare metodi di repressione sempre più duri, ha cercato di disperdere le proteste usando gas lacrimogeni, granate stordenti ed in alcuni casi proiettili. Molti manifestanti raggiunti dalla stampa internazionale hanno raccontato che le proteste avevano carattere pacifico e che non fosse assolutamente giustificato l’utilizzo di tanta violenza nella repressione; infine il Guardian riporta più di mille arresti tra i manifestanti.

La costante di queste storie è che anche alle peggiori iniquità si cerchi di confezionare un abito di formalità, e lo si fa perché funziona; le persone reagiscono automaticamente in modo diverso quando gli avvenimenti vengono presentati in un’ottica differente, se la violenza è inserita in un contesto di ufficialità e giustificata da un titolo si tende ad essere ben più accondiscendenti nei giudizi. Per questo Human Rights Watch ha parlato delle modifiche alle norme che regolano il sistema legale birmano da parte del Consiglio di amministrazione di Stato, un organo nominato dall’esercito, che avrebbe appunto il compito di revisione e modifica di alcune leggi in modo che queste ultime permettano una criminalizzazione delle proteste anche pacifiche, tollerando violazioni della privacy, atti di violenza e arresti più o meno arbitrari. 

Ian Seiderman, direttore politico e giuridico della Corte Internazionale di giustizia, ha parlato delle revisioni in questione come violazioni degli obblighi internazionali del Myanmar nonché dei diritti umani dei cittadini Birmani come  libertà di espressione, di assemblea pacifica, alla libertà e alla privacy. 

La rete ha permesso inoltre tantissime testimonianze fotografiche, scene raccapriccianti con feriti trascinati per strada e abbondante uso di lacrimogeni tra la folla, in particolare però ha fatto scalpore la foto pubblicata dall’arcivescovo di Yangon Charles Bo, che mostra una suora in ginocchio davanti alle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che prega per il cessate il fuoco sui civili. 

Si riporta inoltre tristemente la notizia della morte della giovane manifestante Deng Jia Xi, divenuta icona della resistenza per lo slogan sulla sua maglietta “everything will be ok”, colpita da un proiettile alla testa il 9 febbraio, deceduta in ospedale dopo una lunga agonia e già divenuta per la popolazione il primo martire di queste proteste.

Non sono tardate le condanne da parte dei vari governi e del segretario dell’ ONU Guterres; inoltre il reporter speciale delle nazioni unite per i diritti umani Tom Andrews ha allegato una serie di azioni possibili in risposta all’operato del Tatmadaw, tra cui un embargo alla vendita delle armi, soluzione che però potrebbe non risultare efficace in quanto l’esercito birmano possiede sicuramente approvvigionamenti sufficienti per continuare la repressione forzosa.

Infine anche le grandi piattaforme social hanno deciso di intervenire bannando il Tatmadaw dai propri siti, essendo i principali mezzi di comunicazione tra l’esercito e la popolazione, giustificando la scelta per abusi dei diritti umani e il chiaro rischio di violenze.  

È irrealistico pensare comunque che la situazione possa migliorare senza pressioni esterne o senza che la situazione degeneri in guerra civile, situazione a cui la Birmania è stata abituata per lunghissimo tempo. 

L’occidente, a causa della lontananza del paese, probabilmente resterà a guardare anche questa volta con un certo distacco e l’imperativo di fare qualcosa, come spesso ci si aspetterebbe, è da considerarsi ancora una volta sbiadito. 

Niní Romanazzi