Mafia dei pascoli: le mani dei clan sui fondi Ue, al via il maxiprocesso a Messina

Alla sbarra la mafia dei pascoli: 97 tra boss, professionisti e gregari dei tortoriciani, tutti imputati nell’inchiesta della Dda di Messina che ha assestato un duro colpo alla mafia dei Nebrodi, svelando, tra l’altro, una truffa milionaria ai danni dell’Ue che ha riempito le casse dei clan con milioni di euro di fondi europei.

Secondo l’accusa, a fiutare il business dei fondi Ue sarebbero stati i clan storici di Tortorici, paese dei Nebrodi, i Batanesi e i Bontempo Scavo, che, anche grazie all’aiuto di funzionari addetti all’istruttoria delle pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, avrebbero incassato fiumi di denaro.

I due clan, come riporta l’ANSA, invece di farsi la guerra, si sarebbero alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni. “Ciò – scrisse il gip che dispose gli arresti su richiesta della Dda di Messina – con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”. La truffa si basava sulla individuazione di terreni “liberi”, appezzamenti per i quali non erano state già presentate domande di contributi, su segnalazioni di dipendenti infedeli dell’ente che avevano accesso alle banche dati. Secondo l’accusa, la disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanomi dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi. Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri.

Uno dei capi d’imputazione, come riporta la richiesta di rinvio a giudizio, è, per 32 imputati, quello di «avere fatto parte dell’associazione a delinquere di stampo mafioso, operante nella fascia tirrenica della provincia di Messina (cd. “famiglia tortoriciana”, nella sua articolazione del gruppo dei “Bontempo Scavo” e del gruppo dei “Batanesi”), finalizzata – mediante la forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo – alla commissione di una indeterminata serie di delitti, anche contro il patrimonio (tra cui le truffe aggravate perpetrate – anche mediante intestazioni fittizie di imprese – a danno dell’Unione Europea e dell’AGEA), nonché al controllo, in modo diretto o indiretto, di attività economico/imprenditoriali, di concessioni e autorizzazioni, e comunque alla realizzazione di profitti e vantaggi ingiusti per sé e per gli altri».

Tra i vari capi di accusa, a cui dovranno rispondere alcuni imputati, vi è anche quello di trasferimento fraudolento di valori, perché, in concorso tra loro al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, attribuivano fittiziamente la titolarità di aziende e ditte, aventi ad oggetto l’allevamento di bovini e bufale da latte, nonché di produzione di latte a terzi, con “l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa”.

La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, nella sua Relazione annuale sulle attività svolte nel periodo 1° luglio 2015 – 30 giugno 2016, proprio in merito al fenomeno generale delle truffe comunitarie, non riferendosi nello specifico ai fatti del processo in esame, riportò: «La provincia di Messina, in particolare l’area tortoriciana e nebroidea, ha registrato, nel corso degli anni, il flusso di imponenti somme di denaro erogate sotto forma di contributi comunitari; tali “aiuti”, che hanno finito per costituire una sorta di vera e propria economia parallela, in grado di soppiantare ogni altra attività economica alternativa, costituiscono indubbio oggetto di interesse da parte della locale criminalità e alimentano il ricorso all’uso di sistemi fraudolenti per conseguire i finanziamenti pubblici. Particolarmente allarmanti si sono rivelate anche le frodi nel settore zootecnico; costituisce un dato ormai acquisito, il fatto che la provincia ed in particolare l’area tortoriciana e nebroidea, abbia registrato, su scala nazionale, uno dei più alti tassi di epidemie in ambito zootecnico (in particolare nel settore bovino ed ovi-caprino). L’analisi di tali fenomeni, che appaiono il risultato diretto di controlli amministrativi esercitati con scarsa efficacia, se non addirittura frutto di collusione, oltre ad attestare l’esistenza di forti interessi economici, fornisce una importante chiave di lettura dell’attentato commesso lo scorso maggio in danno del Presidente dell’Ente “Parco dei Nebrodi”. L’attentato, verificatosi in un’area compresa fra i comuni nebroidei di San Fratello e Cesarò, ossia in una zona sulla quale – come emerge dagli esiti di diversi processi celebrati dall’A.G. messinese – opera il sodalizio di stampo mafioso dei “Tortoriciani”, sembrerebbe riconducibile alle penetranti azioni di controllo e di repressione delle frodi comunitarie nel settore agricolo – pastorale, da tempo avviate dall’Antoci, nella sua qualità di presidente dell’Ente “Parco dei Nebrodi”»

Come non ricordare in questo momento l’assistente capo Tiziano Granata, e l’ispettore di polizia Rino Todaro, entrambi già in forza al Commissario di Polizia di Sant’Agata di Militello, morti, a un giorno di distanza l’uno dall’altro, giusto tre anni fa. Erano colonne della squadra che per prima indagò sul malaffare delle truffe comunitarie e i reati commessi, come l’abigeato, la macellazione clandestina e la vendita di sostanze alimentari adulterate. Ad alcune di quelle operazioni di polizia partecipammo anche noi come Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV.

Ciro Troiano