“Pazzo per l’opera”. Il libro. Un viaggio nel mondo operistico

“Pazzo per l’opera” è il titolo del libro di Alberto Mattioli, giornalista del quotidiano La Stampa, critico musicale, librettista e vero melomane. Il sottotitolo è “Istruzioni per l’abuso del melodramma” poichè l’autore dichiara dalle prime righe la sua passione smodata per l’opera lirica di cui ne è diventato critico non solo per “mestiere” ma perchè la passione si è trasformata in mestiere.

Nel libro, edito da Garzanti e uscito nel novembre del 2020, l’autore riversa e rivela tutto lo sfrenato amore per questa straordinaria forma d’arte. Il suo smisurato interesse l’ha portato ad assistere, nell’arco di 35 anni a 1791 recite, alla data di stampa… come l’età e l’anno di morte di Mozart.

Lo stesso autore riconosce che la sua passione per l’opera lirica è a dir poco maniacale e totalizzante, addirittura, in grado di creare astinenza, come durante la prima fase della pandemia del 2020 e relativo lockdown.

Ora non pretendo di convertire nessuno, nè che i pubblici poteri di questo disgraziato Stato mi diano retta. Ma questa geniale invenzione italiana che è l’opera lirica mantiene intatto il suo misterioso potere emozionale, la sua vocazione di agorà, di microonde di sentimenti, la sua capacità di parlare al cuore e al cervello della gente. Chi non ci va, la provi; chi ci va perseveri; chi le vuole male cambi idea e chi la ami la stringa a coorte per difenderla, tramandarla senza tradirla e conservarla senza ammuffirla. Per continuare a farci piangere, ridere, riflettere. Finchè c’è opera c’è speranza”.

Come si intuisce da queste righe la scrittura così fluida, netta e al tempo stessa ricca di immagini e metafore conduce il lettore con saggia ironia nel mondo polveroso di tendaggi e velluti, voci cristalline e ugole d’oro.

Il libro si divide in “Atti” e non capitoli in cui si affrontano diversi aspetti. Il viaggio si apre con il tema scottante dei “Registi, vil razza dannata”. Da sempre i melomani e gli spettatori riversano sui registi gran parte delle critiche soprattutto se “innovativi” e “dissacranti”. Mattioli afferma in una intervista che  “il rivoluzionario di oggi è il conservatore di domani”. In fondo i registi così innovatori non inventano nulla di nuovo che non sia stato già fatto in precedenza. L’autore ricorda come già nel passato Goethe o il teatro shakespeariano allestivano le opere secondo lo stile a loro contemporaneo così come lo erano i costumi dei cantanti o dei quadri dipinti da Caravaggio, non si cercava una filologia storico/artistica. Spesso le regie contemporanee che non riprendono stilemi già visti ed edulcorati, mettono più a nudo i libretti e le storie per quelle che essenzialmente sono, con durezza e senza veli retorici.

A chi non è ancora entrato nel turbinio della passione operistica può sembrare che le storie raccontate nell’opera siano estremamente lontane dal tempo e dalla vita reale ma in esse ci possiamo ancora immedesimare; sono attualissime e vengono esaltate dal potere straordinario ed evocativo della musica, emozionalmente devastante. I libretti delle opere di Verdi e Puccini ad esempio non potrebbero mai essere ripresi da altri autori poichè quelle storie sono indissolubilmente legate alla musica dei compositori. “E’ complicato accostarsi però quando si entra nel mondo dell’opera e si apre il giocattolo si resta affascinati. E’ lo spettacolo più seguito al mondo senza remore e senza mode da quattro secoli a questa parte”.

Alberto Mattioli con la sua nettezza di giudizio affronta anche il problema Covid e assenza di spettacoli nel capitolo Il potere dell’opera.

“Perchè andare a teatro? Perchè è ancora necessario il contatto diretto con il palcoscenico, perchè bisogna vedere dal vivo quello che la tecnologia porta comodamente a casa nostra? La clausura da Covid ha puntato sullo streaming, è stata una abbuffata visto che eravamo a casa e più liberi…eppure ne siamo usciti con ancora più fame di spettacoli dal vivo…”

Questo perchè è innegabile che il Teatro sia un rito sociale collettivo, è celebrazione di messainscena, dall’abbigliamento ai convenevoli, dalla conoscenza dell’opera ai commenti postumi. I commenti sui social post streaming, spesso artati per compiacere gli organizzatori, non sostituiranno mai il confronto tra gli spettatori “a caldo” all’uscita dal teatro, momento utile per paragonare i propri pensieri e  le proprie azioni a quelle altrui. E poi non è da mettere in secondo piano che si va a teatro per emozionarsi. Nessuno streaming provoca coinvolgimento e commozione, la campanella, lo spegnersi delle luci, il silenzio che precede l’accordatura e l’entrata del direttore d’orchestra non si vivono dal divano di casa. Seguire l’opera dal vivo è adrenalina pura.

Il volume Pazzo per l’opera ci va viaggiare anche per alcuni tra i più noti festival con curiose chicche e note di colore, tutto per tenere il lettore “dentro” il mondo dell’opera.

Mattioli conferma al pubblico ancora poco avvezzo che il teatro musicale non va visto come una reminiscenza museale di antiche epoche o come un deposito di commozioni facili e cantanti in preda e folli acuti. Avvicinandoci alla lirica scopriamo che quel mondo polveroso e ugole portate allo stremo racconta noi stessi, ci mette allo specchio e, pur cambiando le epoche, ritroviamo amori e passioni che muovono il mondo.

L’opera lirica italiana ci rappresenta e se perdessimo questa tradizione e questa forma di cultura così ampia perderemmo davvero la nostra identità.