L’agonia dell’ex Ilva di Taranto e della Città

Lo stabilimento della Italsider di Taranto, uno stabilimento siderurgico da 10 mln di tonnellate di produzione, fu inaugurato il 10 aprile 1965 dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Un fiore all’occhiello per l’industria italiana, un gioiello di tecnologia, di procedure, di competenti maestranze; una fucina di posti di lavoro, addirittura quasi 45.000 addetti, fra diretti e indotto, nel periodo di massimo splendore.  Una estensione di oltre 15 mln di metri quadri pari alla dimensione della città di Taranto.

Nei primi anni del 1970, fu dato il via ad un grandioso progetto integrato di automazione ed informatizzazione, il TIIS (Taranto Integrated Information System) che trasformò lo stabilimento, unico “a ciclo integrato” – in Europa e nel mondo, di quelle potenzialità produttive – e “complesso per le dimensioni” in una eccellenza frutto della capacità ingegneristica e della creatività organizzativa italiana.

Venivano da tutto il mondo per studiare questo mostro. La Nippon Steel era la più assidua, nonostante la sua riconosciuta competitività mondiale, nell’inviare i propri ingegneri per importare da Taranto le “best practices” adottate.

Poi, come sempre è successo nella vita delle grandi imprese italiane, la cronica mancanza di manutenzione evolutiva e la insipienza gestionale, incapace di introdurre innovazione adeguativa, ha portato questa eccellenza verso un processo di degrado che oggi è frustrante osservare.

Nonostante le dichiarazioni politiche che la produzione d’acciaio sia strategica per il Paese, si è voluto privatizzare lo stabilimento siderurgico non su prospettive di pianificazione industriale ma perché,  ormai, diventava sempre più “costoso” per la collettività.

È successo sempre così: privatizzare per soldi; privatizzare a discapito dell’immenso patrimonio di expertises disponibile.

Ci siamo sempre chiesti quali debbano essere i parametri per privatizzare un dichiarato asset nazionale strategico. Non ci siamo dati ancora una risposta, soffocati dal dubbio amletico di come si possa alienare qualcosa di importanza strategica!

Come sempre, l’obiettivo del privato è quello di trarre il massimo profitto possibile a valere su ogni altro fattore di sinergia con la società civile.

E questo è successo anche a Taranto.

Non si vuole qui accendere un dibattito su cosa sia meglio, il pubblico o il privato; sia perché consideriamo l’argomento privo di senso reale, sia perché sarebbe necessaria una analisi approfondita e consapevole, non pregiudizialmente condizionata da posizioni preconcette.

Una cosa è certa: la inadeguatezza della “gestione”, manageriale, operativa e politica insieme, prolungata nel tempo, ha prodotto un degrado il cui punto di non ritorno ha portato il Paese in un “cul de sac” senza uscita, nella indistricabile dicotomia fra “ambiente e salute civile” e “produzione e posti di lavoro”.

Il flop dello Stabilimento Siderurgico è il primo evidente esempio che, per governare un sistema complesso e integrato, non basta un titolo di studio ma è necessario possedere un “approccio di sistema” che solo attitudini e visione di scenario possono offrire: si sente la necessità di una selezione di qualità e di formazione adeguata agli executives e i manager del futuro.

Senza entrare nelle alterne e complicate vicissitudini del caso Taranto, che tutti noi pugliesi ben conosciamo, oggi ci troviamo proiettati nel processo “Ambiente Svenduto” che sarebbe stato meglio definire “Ambiente e Sviluppo Svenduto”.

Gli imputati sono 47 di cui 44 persone e 3 società, accusati, a vario titolo, di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Accuse gravissime che, tuttavia, non tengono conto, di altri danni irreversibile quali la crisi produttiva, il riflesso sul PIL nazionale, la perdita di posti di lavoro, l’annientamento di una economia.

La Procura chiede condanne per 386 anni di carcere.

Quello che sorprende è che, fra gli imputati, non troviamo solo manager ma anche politici.

Questi stanno dappertutto.

Non si può non concludere che, quando la politica entra, in qualunque modo entri, nella economia, l’esito è quasi sempre scontato: per lo più a danno del Paese.

La incapacità della politica di produrre un sia pur debole disegno per il futuro del Paese, si accompagna alla pervicacia e alla pretesa d’intervenire pur senza disporre delle necessarie competenze: questi due fattori sono i prodromi di incestuosi commistioni e insanabili conflitti.

Fanno riflettere alcune frasi pronunciate dai PM del pool per reati ambientali della Procura di Taranto:

“L’Ilva venne gestita in maniera criminale”; “l’obiettivo? Aiutare l’acciaieria a proseguire l’attività produttiva ai massimi livelli, senza dover subire riduzioni o rimodulazioni”; “Si è arrivati così a provvedimenti adottati in assenza di condizioni di legge, ma anche a minacce di sollevazioni dall’incarico verso i funzionari e i dirigenti della Provincia di Taranto e di invito a dimettersi; “condotte pluriennali” e “violenza inaudita”; “I manager e politici sapevano e hanno nascosto”.

Basta questa antologia per cogliere l’atmosfera dominante e gli intrecci sottostanti. 

Non interessano, qui, le pesanti richieste di condanna per i Riva e per i manager: il loro obiettivo è chiaro.

Qui interessa conoscere il comportamento del versante politico e cosa esso abbia fatto perchè quelli potessero raggiungere indisturbati il loro profitto.

Qui interessa conoscere quale fosse l’obiettivo politico e di quanto divergesse da quello, tanto abusato e ipocritamente declamato, del “Bene del Paese”.

C’è di tutto: dall’ex governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, all’ex arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa, al direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato.

Basta una carrellata su alcune richieste, di condanna, della Procura di Taranto:

Nichi Vendola (5 anni);  Gianni Florido, ex Presidente della Provincia (4 anni); Bruno Ferrante, ex Presidente di Ilva ed ex Prefetto di Milano (17 anni); Michele Conserva, ex assessore all’Ambiente della Provincia (4 anni); Assennato, ex direttore generale di Arpa Puglia (1 anno); e poi 8 mesi per Massimo Blonda, direttore scientifico di Arpa; per Antonello Antonicelli, ex dirigente del Settore Ecologia della Regione Puglia; per Francesco Manna, allora capo di gabinetto di Vendola; per Davide Pellegrino, direttore dell’Area Sviluppo Economico; per Nicola Fratoianni, ex assessore regionale e attuale segretario di Sinistra Italiana; per Donato Pentassuglia, assessore regionale.

Ma perché questi politici non hanno rispettato i propri ruoli?

Tutti, come al solito, si dichiarano sereni e fiduciosi della giustizia: non si è mai capito cosa vogliano dire con queste dichiarazioni.

Ma il cittadino sa che, in caso di condanna, è la giustizia e la comunità civile che non potrà averne mai più, in loro.

La eventuale condanna dovrebbe essere accompagnata, infatti, da interdizione perpetua dai pubblici uffici perché all’illecito si dovrebbe aggiungere il danno per la collettività: danno che potrebbe essere incalcolabile.

Se è possibile selezionare e addestrare i manager, purtroppo ciò non è agevole da proporre per i politici.

Ma sarebbe tanto necessario.

Antonio Vox