La censura dell’espressione

Nel grande calderone di notizie d’attualità del nostro continente che, a causa di questa lunghissima e difficile pandemia, riguardano quasi del tutto argomenti economici o di natura sanitaria c’è una notizia passata quasi inosservata che merita invece un momento di riflessione se rapportata alla natura sicuramente liberale degli Stati Europei. 

Dobbiamo allora spostarci in Ungheria e parlare ancora una volta del mondo dei media in quanto l’emittente ungherese KlubRadio 92.9 è stata costretta a chiudere le trasmissioni a partire dalla notte di san Valentino. 

Dato che parliamo di Ungheria e cioè di uno dei paesi europei con le spinte nazionaliste più marcate, possiamo delineare una chiara prospettiva: Klubradio è una stazione radio di orientamento liberale e dalle posizioni fortemente critiche nei confronti del primo ministro Viktor Orbàn; della sua chiusura si era già parlato prima che la cosa divenisse effettiva e la notizia inoltre aveva già scatenato una serie di proteste non solo nel Paese ma in tutta Europa. 

Singolare è apparsa la modalità con la quale la chiusura dell’emittente radio è stata effettuata; infatti è stata presa la decisione di non rinnovarne la licenza, decisione posta in essere dal Consiglio dei Media ungherese, organo composto da persone vicine o comunque non in contrasto con il primo ministro in quanto appartenenti al partito Fidesz. 

In un’intervista all’Huffington Post il direttore dell’emittente Mihalj Hardy ha denunciato come “il governo sia ormai diventato una semi dittatura di stampo capitalistico militante, con un controllo quasi totale sulle voci indipendenti”, ha inoltre spiegato come a nulla sia valso il ricorso dell’emittente contro la sospensione della licenza al tribunale di Budapest, in quanto la corte si è pronunciata con la sentenza a favore della sospensione adducendo come motivazione le violazioni di regolamento che stabiliscono le quote di musica e notizie nazionali o internazionali da trasmettere. Nel concreto sono però violazioni banali e consuete che vengono, secondo prassi, concesse con il pagamento di una multa. A detta dei critici e della dirigenza della radio stessa sarebbe una censura dalla forte tinta politica. Il Consiglio dei Media ungherese ha ovviamente e prontamente negato le ipotesi in tal senso. 

Una delle teorie più accreditate sul perché di questa drastica decisione fa riferimento al calendario politico ungherese: entro la primavera del 2022, data delle prossime elezioni parlamentari, Orbàn vede il termine ultimo per eliminare le voci di dissenso nei confronti della sua politica e della sua persona dal paese. 

Al pari della questione attuale lo scorso luglio finì al centro di uno scandalo simile INDEX, principale sito di notizie indipendente ungherese, il cui capo redattore fu licenziato dopo che un uomo d’affari vicino ad Orbàn ebbe acquisito un controllo significativo sulle azioni e sui finanziamenti del giornale. Il licenziamento, il quale si disse fosse motivato a cambiarne drasticamente l’orientamento socio-culturale della testata, aveva avuto come conseguenza le dimissioni in massa di più di settanta dipendenti-lavoratori come atto di protesta, della quale si era diffusamente parlato, ma solo parlato, nelle adeguate sedi europee. 

Soprassedendo sulle voci ovvie che si sono levate contro la decisione di sospensione della radio, delle quali facciamo solo l’esempio di Human Rights Watch, che critica il governo ungherese da anni sostanzialmente inascoltato, da Bruxelles sono diverse le personalità ad aver condannato tale decisione: Dunja Mijatović commissaria per i diritti umani nel Consiglio d’Europa ha parlato di giorno triste per la libertà d’espressione dei media; anche Christian Wigand portavoce della Commissione ha fatto riferimento alla carta dei diritti fondamentali che includono ovviamente libertà di espressione, informazione ed impresa. 

Per fortuna gli attuali sistemi di comunicazione permettono, come per questo atto di censura, di spostarsi su altre piattaforme infatti chiunque fosse interessato ad ascoltare ancora le notizie proposte dalla radio appena silenziata, potrà seguirne le trasmissioni online come annunciato dai suoi fondatori i quali, seppur consci del sicuro e drastico calo degli ascolti di almeno il 30% (secondo stime ottimistiche) non vogliono darsi per vinti certi di fornire al loro paese un servizio necessario per la comunità e determinante per la libertà d’informazione. 

Niní Romanazzi