Il Governo Draghi e l’Identità d’Italia

Nel mio articolo “Rousseau e la politica in Italia” sostenevo, a chiare lettere, contrariamente alla tesi dominante del “Renzi insopportabilmente pierino” che  anche un cieco avrebbe capito che Mario Draghi era “mandato” con la dicitura: “così è se vi pare”.

Con questa premessa, dimentichiamo Renzi e consideriamo che è lecito chiedersi “mandato, per fare che?”; “un tal pezzo da novanta?”; “ma il governo giallo rosso non era incondizionatamente europeista?”. 

Credo che le risposte siano di incontestabile evidenza.

La fortissima impronta europeista del governo Draghi dice che il mandante è l’Europa. L’utilizzo del “pezzo da novanta” (che ho definito “jolly” nell’articolo citato) è stato dettato dal fatto che nessuno si sarebbe dovuto permettere di dire NO ad un signore, di tutto rispetto, ma calato dall’alto.

Per la cronaca, di signori calati dall’alto, ormai ci si è fatto il callo; ma gli italiani stentano a capire il significato di questa pratica.

“Per fare che”? Per fare, in Italia, il Next Generation EU!

La “lista della spesa”, il famoso incompiuto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) di Conte, ha spaventato l’Europa convincendola che gli italiani avrebbero sprecato i soldi europei e che il governo Conte II da un lato, era già in balia dell’assalto alla diligenza; dall’altro, mostrava totale incapacità progettuale e realizzativa.

I famosi € 209 mld (ai quali si aggiungeranno, solo per l’Italia, gli ulteriori € 36 mld del MES per chiudere definitivamente la partita Italia) erano in grave pericolo. Così l’Europa, pragmaticamente, come è nel suo costume, ha voluto intervenire, cancellando in pochi giorni il suo amico Conte, sedotto e abbandonato, e mandandolo a casa con tutto il suo governo.

Infatti, Conte, il suo governo, e il diffusissimo sottobosco, accreditandosi i successi in Europa e beandosi di una falsa credibilità conquistata, non hanno capito nulla delle politiche europee, fra cui la cosa più importante: i fondi strutturali pagano i costi della realizzazione; il Next Generation EU, invece, paga un Business Plan: accanto alla realizzazione, bisogna citare i benefici di ordine economico. In altre parole, o spese buone, o niente soldi.

L’Italia è, per l’Europa, “too big to fail”: necessita intervento immediato.

Draghi si è mosso in pochi giorni incassando l’immediato, quasi unanime, consenso del sistema politico italiano, abituato a saltare sul carro del vincitore. Certo, egli non ha percorso del tutto i riti consolidati. Ad esempio, non ha presentato alcun programma di governo, se non una lista di “riferimenti tematici su quali siano i suoi intendimenti”. Ma questo fatto è, evidentemente, di nessun rilievo di fronte al prostrarsi, oramai abituale, dinanzi alle “discese celesti”.

Ennesima pessima figura, dopo tante altre mortificanti.

Come mai il sistema politico italiano, ingolfato da vanità, dualismi conflittuali, veti e contro veti, interessi di parte al grido abusato “per il bene del Paese”, non si rende conto di essere in regime di tutela? Come mai svende, così facilmente, l’identità di popolo? Come mai ne impedisce, colpevolmente, l’autodeterminazione?

È significativo che Zingaretti, come suo commento alla lista dei ministri, abbia chiosato che manca la parità di genere, dimenticando che, in certi ruoli, sono necessarie competenze ed attitudini.

Che Draghi sia senza un programma non è del tutto vero; il programma c’è ed è quello dell’Europa e sarà sviluppato con “identità teutonica”, di tutto rispetto, ma non è quella delle italiche genti.

Lo ascolteremo, in maggiore dettaglio, al momento della fiducia in Senato.  

L’obiettivo è un’Europa più ecologica, digitale e resiliente, in lotta ai cambiamenti climatici, in lotta alla pandemia (con il MES).

Cioè: ambiente, digitalizzazione, sanità.

Cui si aggiungono le tre riforme che il sistema politico italiano non è riuscito mai a fare, pur declamandole necessarie: burocrazia, fisco, giustizia civile,

Draghi si è mosso con consumata esperienza e con ferma determinazione, proprio per il ruolo che ricopre: quello di commissario; una sorta di Troika sotto mentite spoglie.

Senza elencare i dicasteri, diffusi su tutti i media, ha costruito una squadra a due livelli.

Il primo livello, quello critico, il vero governo, con persone di fiducia, ha il compito di “mettere a posto l’Italia” e deve rispondere in pieno agli indirizzi europei. Ne è un esempio l’ecologia e il digitale affidati a Cingolani e Colao.

Il secondo, quello “politico”, che appare sotto tutela, è stato disegnato con uno strettissimo uso del “manuale Massimiliano Cencelli”.

Per esempio, il Ministero degli Esteri, affidato a Di Maio, appartiene al secondo livello. Di Maio ha poco da fare: la politica estera è già ben delineata, sotto il controllo di Draghi e della Europa. In altre parole, l’Italia non ha politica estera e non ne deve avere.

Ricostruire l’identità d’Italia sarà una grossa sfida. Ma questa politica deve andare in pensione.

(Antonio Vox – Presidente “Alleanza Liberale”)