Il fallimento della politica

La catastrofica situazione, che ha coinvolto tutto il nostro mondo in quest’ultimo anno, ha dimostrato per quanto concerne l’Italia una grande difficoltà se non addirittura una incapacità politica nell’affrontare la Crisi. La pandemia ha infatti peggiorato la condizione di un Paese la cui situazione instabile sembra sia stata volutamente ignorata da una classe dirigente impegnata, come nel Palio di Siena, in uno scontro tra contrade, in provincialismo e partitici aspetti d’assalto; una politica urlata alla televisione invece che condotta nelle proprie sedi istituzionali fatta di slogan senza alcuna concretezza. Questa tendenza della politica trova purtroppo riscontro anche a livello internazionale solo che, a differenza dell’Italia, nell’Europa che conta le regole si rispettano.

Nella penisola la situazione invece sembra rimasta alla prospettiva rinascimentale dei capitani di ventura, situazione deleteria per la cultura nazionale, perché se si ha come obiettivo il consolidamento a livello europeo del nostro Stato Nazionale e della liberal-democrazia bisogna andare culturalmente oltre la realtà del capitano di ventura, o della fazione che deve imporsi forzosamente sull’avversaria; solo andando oltre riusciremo a porre in essere una dimensione politica che abbia che fare con il bene collettivo, forse non totalizzante ma sicuramente rivolto alla maggioranza.

Leggendo la rassegna stampa negli ultimi mesi emerge preoccupantemente la tendenza dell’informazione italiana a saltare sempre alle conclusioni (litigi per il MES, rivalità Renzi-Conte…), tendenza che mal si sposa con ciò che ci viene insegnato dalla filosofia classica ovvero il distacco, la sospensione del giudizio che ci permette di valutare attori in campo e fattori preponderanti, questa è la ragionevolezza che impedisce il mero “tifo da stadio”.

Questa tendenza inoltre impedisce alla maggioranza dei cittadini di percepire la vera gravità delle situazioni a cui il paese è sottoposto. L’Italia è un Paese purtroppo attualmente superficiale, un Paese in cui si ricerca continuamente il dramma, la crisi, il colpo di scena ed in questo clima di euforia generale la realtà scompare, diventa trasparente come scompare la capacità di analisi e di vedere gli avvenimenti per come oggettivamente si prospettano, abituando ad una narrativa pubblica bipolare che si scontra con la miserevolezza del vivere quotidiano, impedendo di fatto agli Italiani di essere cittadini ancorché solo tifosi di contrada.

Sull’onda di questa retorica su vincitori e vinti proponiamo una riflessione: è vero che Mario Draghi sia l’uomo migliore per affrontare questa crisi, tenendo pur sempre conto che il meglio non rappresenti strettamente il bene del paese? Emblematico il fatto che se il professor Draghi fosse sceso in politica con un partito autonomo difficilmente avrebbe superato la soglia di sbarramento. Bisogna sempre considerare che questa sia sì una grande possibilità per l’Italia, ma lo sia anche per quei populisti che, deresponsabilizzandosi, potrebbero utilizzare gli atti riusciti o non riusciti del governo Draghi per massimizzare di nuovo, come dopo il governo Monti, il proprio impatto culturale sul paese.

L’impressione è che la Roma politica stia facendo buon viso a cattivo gioco in attesa di tempi migliori per eliminare questo scomodo “avversario”; ci sono quindi due possibilità nel futuro governo Draghi:

Fare il traghettatore dello Stato per un anno facendo 3 cose ovvie: un nuovo piano vaccinale, dei piani di investimento e spesa accettabili e concreti per il recovery fund ed un valido bilancio per l’anno venturo; in molti ritengono che questa sia la strada più concreta con un governo che duri fino a Febbraio 2022 ed infine l’elezione di Draghi a presidente della Repubblica. 

La seconda strada invece è un governo Draghi che mette con le spalle al muro le precedenti forze politiche facendo capire che l’alternativa a lui sia l’abisso, riuscendo di conseguenza ad ottenere carta bianca, cosa a cui verosimilmente l’arco parlamentare andrà ad opporsi. La risposta dei mercati alla nomina del neo-presidente è positiva, con un abbassamento storico dello spread. 

Mario Draghi è indubbiamente l’uomo migliore a cui possiamo ambire in questo momento storico dato il suo polivalente bagaglio di esperienza consolidatosi anche al di fuori dei confini italiani; sarebbe quindi un peccato se si limitasse ad eseguire il compitino della prima possibilità che abbiamo elencato, compitino che potrebbe essere svolto anche da un governo Cartabia, senza dover scomodare una personalità come quella di Draghi.

L’Italia ha bisogno di un contraccolpo che le faccia prendere coscienza delle conseguenze degli ultimi 30 anni di politica economica; come un bambino prende consapevolezza del pericolo dal dolore, il cittadino ha bisogno di un contraccolpo che lo renda consapevole che un determinato modo di vivere e pensare la società non sia più sostenibile, un paese che non abbia memoria di un trauma del genere non aspetta altro che un capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità, andando a trasformare anche il migliore dei personaggi in un cattivo; Mario Draghi potrebbe diventare la scusa per reiterare un modo di operare in politica che andrà a deprimere sempre di più l’economia e di conseguenza la società. 

Pur avendo una grande possibilità rischiamo di sprecarla in maniera inesorabile, andando a vanificare questa esultanza a priori; inoltre provando ad analizzare questa situazione emerge una lettura in cui le parti politiche vedono in Draghi un nemico, costrette ad accettarlo per via della situazione che lo impone, ma solo per un periodo limitato, il tempo necessario per ripulire quanto basta la situazione in essere e poi sostituirlo.

Così come per le piazze affari la percezione internazionale, che vede in Draghi una persona competente e responsabile, ha risposto in maniera positiva a questa nomina sperando di vedere, seppur con tutte le cautele, un’Italia finalmente pronta a riprendere il passo, capace di camminare a testa alta al fianco dei propri partner.

Niní Romanazzi