Il Canto di Calliope romanzo epiche di Natalie Haynes

“Cantami, O Diva, del pelide Achille l’ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei”.
Quanti di noi non conoscono questa frase, l’incipit più famoso della storia della letteratura classica? Omero inizia così la sua Iliade, in cui ci narra le gesta di coraggiosi eroi come Achille, Odisseo e Agamennone. Sin da bambini ci insegnano a scuola queste parole, ci raccontano degli eroi che hanno combattuto e sono caduti all’ombra delle mura di Troia, ma quanti conoscono le altre tragedie, quelle combattute non con una spada in mano, ma nel silenzio del focolare, aspettando e pregando per il ritorno dei propri figli, padri, mariti? Le storie delle donne greche e troiane non sempre hanno la fama che meritano ed è per questo, per loro, che Natalie Haynes ha scritto il suo ultimo libro, Il Canto di Calliope (in inglese A Thousand Ships), romanzo epico uscito in Italia lo scorso 21 gennaio per Sonzogno, la stessa casa editrice che ci ha portato anche “La Canzone di Achille” e “Circe” di Madeline Miller.

Premessa: in questo romanzo non troverete storie edulcorate o chissà quanto originali. Chi, come me, ha fatto studi classici probabilmente ricorderà benissimo i pomeriggi passati a studiare e analizzare tragedie come “Le Troiane”, “Medea”, “L’Orestea” e altre: molto prima di questa classicista inglese, infatti, i tre grandi drammaturgi greci Eschilo, Sofocle ed Euripide hanno donato alle donne il loro giusto ruolo nella Storia. Alla luce di questo, ci si può domandare a che scopo si debba scrivere una storia “nuova”, quando si può benissimo leggere la versione originale classica? Per dirla con le parole della Haynes: per far rendere conto ai lettori che “l’eroismo è qualcosa che può trovarsi in tutti noi […] non appartiene solo agli uomini”.
Le donne di questo romanzo (Ecuba, Penelope, Cassandra, Andromaca, per citarne solo alcune) sono di fatto eroine a loro modo: nonostante i lutti, nonostante le tragedie, nonostante la schiavitù e l’infinita attesa tutte loro combattono fino alla fine, cercando di opporsi al proprio destino o, al contrario, abbracciandolo con fierezza e senza alcuna paura.
Capitolo dopo capitolo il lettore non può fare a meno di immedesimarsi in loro, sperare e soffrire con loro, anche quando sa bene che la Storia non verrà mutata e alla fine ognuna di loro verrà immolata sull’altare accuratamente costruito secondo i capricci degli déi. Insieme a Calliope, musa amata da Omero, colei che narra le disavventure delle donne e ci conduce mano nella mano per tutto il libro, vagherete come ombre tra le loro vite, le conoscerete e capirete meglio chi sono state queste donne così fiere che spesso non riescono ad essere alleate o comprensive le une con le altre, neanche quando c’è di mezzo il sangue del proprio sangue – dopo tutto, chi mai ricorda che Paride era sposato con una ninfa? L’adulterio è una macchia che indossa solo una donna, è solo di Elena, che ne paga le conseguenze e sarà colpevole di questo crimine per l’eternità.

Il Canto di Calliope è, dunque, un romanzo corale, di quelli che conducono indietro nel tempo e hanno il profumo di un libro antico dalle pagine ingiallite, oltre che una straordinaria storia tanto antica quanto contemporanea. Chi non ne conosce le vicende ne sarà ammaliato, al contrario chi le conosce da sempre sarà incuriosito da questo nuovo modo di interpretarle, ma tutti, spero, saranno commossi da queste piccole, grandi donne che hanno contribuito, a modo loro, a costruire la letteratura epica che conosciamo oggi.

Valeria Scaringi