Un golpe per la “costituzione”

Negli scorsi giorni in Myanmar, o Birmania come molti ancora chiamano il Paese, Stato cuscinetto del sud-est asiatico a confine con Cina, India e Thailandia, è avvenuto un Colpo di Stato che ha rovesciato il Governo democratico eletto nel 2016, arrestato San Suu Kyi Capo del Governo e consegnato il potere nelle mani del capo delle Forze Armate Hlaing. Cerchiamo di spiegare brevemente cosa sia successo e come, ancora una volta ci viene dimostrato, le dinamiche del potere, anche quando incastrate in complessi meccanismi democratici, vengano legittimate dall’uso della forza: chi possiede le armi decide su coloro non le hanno.

Nelle scorse ore infatti Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia cioè il Partito di gran lunga più popolare del paese e de facto Capo della Nazione poiché Consigliera di Stato, è tornata agli arresti, come lo fu già dal 1989 al 2010 per colpa di quelle Sue idee democratiche e quindi rivoluzionarie che Le valsero però il Premio Nobel per la pace nel 1991.  

Il deplorabile gesto ha dato inizio al golpe e determinato il passaggio forzato del potere dai politici all’esercito stesso, guidato dal generale Min Aung Hlaing che ha nominato come presidente ad interim un altro ex-generale: Myint Swe. 

Il Myanmar è segnato da una difficile situazione socio-politica che ne ha delineato in passato e ne sottolinea tuttora caratteristiche complesse. Pur avendo un numero di abitanti vicino a quello Italiano ha un P.I.L. estremamente più basso dei paesi limitrofi, risultando quindi economicamente poco rilevante alle attenzioni generali internazionali; la Nazione inoltre ha una storia travagliata a causa delle continue dominazioni straniere che si sono succedute nel controllo del Paese, come quella Britannica e quella Giapponese e non meno importante l’influenza cinese nel secondo dopoguerra, a peggiorare il quadro socio-politico la popolazione Birmana è ancora divisa in diverse etnie in conflitto tra loro. 

Dal 1948 ad oggi infatti nel Paese si è registrata la più lunga guerra civile al mondo, che nonostante i vari cessate il fuoco e momenti di tregua, non è mai realmente finita, con continui tentativi da parte dei vari gruppi etnici di dichiararsi indipendenti dal Governo Centrale; in tal senso l’esercito ha assunto un ruolo di collante, pur non avvallato da nessuna volontà popolare. 

I militari erano e sono largamente sgraditi soprattutto perché sono una vera e propria forza politica, con un posto fisso in Parlamento, interessi diretti e, in diversi casi, detengono il controllo in alcuni ambiti precisi dell’economia, con interessi in aziende e sul territorio, con strascichi di stampo comunista presenti e visibili tutt’ora.  

Appena 12 anni fa il Myanmar ha iniziato il lento processo per divenire una democrazia funzionante; nel 2010 la giunta militare è stata sciolta e sono state indette le prime elezioni politiche.  

La democratizzazione ha però dovuto pagare un copioso conto: i militari sono riusciti ad ottenere che una loro rappresentanza politica, fissa al 25% dei seggi, fosse garantita in Parlamento; di conseguenza dal 2010 solo il 75% del Governo è la risultante del voto elettorale, il resto sono soldati. 

I militari inoltre hanno un loro Partito di riferimento, quello della Destra della Solidarietà e dello Sviluppo, il quale però nelle ultime elezioni di novembre scorso è stato sostenuto da un elettorato molto basso ottenendo solo 24 seggi sui 434 disponibili, l’LND (il partito di San Suu Kyi) invece ne ha ottenuti 368. 

La bilancia iniziava a pendere troppo dal lato sbagliato e i vertici dell’esercito, adirati e forse spaventati, hanno subito iniziato a parlare di brogli. 

Brogli che sono da ritenersi assolutamente improbabili sia per il controllo che i militari esercitano sulla vita pubblica Birmana, sia per l’enorme popolarità di San Suu Kyi la quale, nonostante negli anni a noi più recenti abbia perso tanto del suo credito internazionale a causa della grave circostanza che l’ha vista chiudere gli occhi durante il genocidio dell’etnia Rohingya, demolendo così in parte agli occhi del mondo la sua immagine di Donna della Democrazia che aveva ottenuto sullo scacchiere internazionale, è ancora popolarissima in Myanmar soprattutto tra i membri dell’etnia Bamar, cioè la principale della nazione, che la considerano una sorta di Madre della Patria. 

I militari, pur avendo inizialmente negato l’ipotesi dell’arresto hanno poi concretizzato queste voci, giustificando il gesto determinato in difesa della Costituzione la quale però, durante questo governo che dovrebbe avere carattere transitorio di un solo anno, sarà modificata radicalmente. 

I militari inoltre hanno posto in essere diversi blocchi sulle arterie principali del Paese al fine di controllare anche la mobilità stradale in entrata e in uscita dalle città più importanti; hanno chiuso le banche causando una inevitabile corsa agli sportelli, hanno interrotto momentaneamente trasmissioni televisive e radiofoniche, limitando qualsiasi libertà e diritto di informazione, le comunicazioni telefoniche e la connessione alla rete internet per evitare qualsiasi forma di opposizione e o di organizzazione che possa vedere una discesa della folla nelle piazze.  

Non si è fatta attendere la condanna da parte delle amministrazioni democratiche del Mondo; figure autorevoli come Ursula von der Leyen o l’amministrazione Biden, che attraverso la propria portavoce ha fatto sapere che gli Stati Uniti sarebbero pronti ad intervenire se i militari avessero ancora impedito il compimento della volontà democratica del popolo espressa dal voto di novembre.  

Non facciamo l’errore di credere che queste storie non ci appartengano: né nello specifico perché la crisi di qualcuno è sempre opportunità per qualcun altro; né in generale perché cambiando nomi e colori degli addendi il risultato non cambia: luoghi divisi da regionalismi, persone che vogliono ottenere il controllo e lo fanno nel nome del bene collettivo e alla fine la consacrazione del fatto che la natura del potere è sempre quella che deriva dall’uso o dalla minaccia della spada.

Ninì Romanazzi