Pechino e Alibaba

Abbiamo scritto, qualche giorno fa, che dittatura e liberismo, non necessariamente, sono incompatibili. La dimostrazione è che, in Cina, numerose sono le iniziative d’impresa di successo.

Analogo discorso per il tema della proprietà. Infatti, in Cina, il numero di miliardari sembra che sia pari a tutta la popolazione italiana. Poi, senza preavviso per noi occidentali, nasce il problema di Alibaba, che tutti conoscono come un colosso mondiale dell’e-commerce. 

Certamente, il problema è figlio di un progressivo “disallineamento di vedute” fra Jack Ma, fondatore e proprietario di Alibaba, e il PCC (Partito Comunista Cinese). Ma, intanto, Jack sembra scomparso nel nulla da diverse settimane.

Abbiamo saputo di questo problema quando si sono diffuse informazioni, da fonte cinese, di controlli su Alibaba “… per sospette attività monopolistiche”. Roba da antitrust! Ma in Cina? Con il neoliberismo? Negli scorsi giorni si è saputo anche della intenzione del governo cinese di “nazionalizzare” Alibaba.

L’occidente ha potuto conoscere tali news per il semplice fatto che Alibaba è una impresa di carattere globale; altrimenti il silenzio sulla vicenda sarebbe stato assoluto. Una cosa è certa: il governo cinese vuole Alibaba e il futuro di Jack Ma è a rischio, se non definitivamente programmato. Ormai, non c’è processo che tenga.

Il motivo di tutto questo? Troppi soldi? Ma ci sono un sacco d’imprese cinesi piene zeppe di soldi! Troppo potere? Ma, in sede internazionale, al forum economico di Davos, Jack Ma aveva detto: “La mia filosofia consiste nell’essere innamorato del potere ma di non sposarlo mai”. Questa frase si presta a differenti interpretazioni. Ma, senza dubbio, Jack Ma conferma di avere potere.

Quale potere? Quello che viene dai soldi o quello che proviene, più realisticamente, dalla “conoscenza” di tante persone e organizzazioni e dalla possibilità di interloquire con questa grande moltitudine di soggetti e, quindi, dalla facilità di influenzare questa enorme platea? È questo, è la nostra ipotesi, l’interesse precipuo del governo cinese, piuttosto che quella di accaparrarsi un cospicuo potenziale economico finanziario: il poter raggiungere una grande e diffusa platea.

A supporto della tesi, basti ricordare che analoga sorte è toccata, poco tempo fa, a Lai Xiaomin, già presidente di China Huarong Asset Management, una delle più grandi società di gestione patrimoniale. Anche qui, grande platea. D’altra parte, è su questa linea che il governo cinese si sta muovendo nell’introdurre la moneta (Yuan) digitale che tutti sono costretti ad usare. Obiettivo: controllo delle masse, controllo delle caste, controllo delle “élite”.

Quello che appare preoccupante è che questi metodi strumentali vengono usati anche nel mondo occidentale. Un esempio è lo sforzo italiano di introdurre l’uso della moneta digitale, proprio in un momento di fortissimo disagio socioeconomico del Paese; è difficile capire il senso della priorità di questa iniziativa per la quale si investono significativi importi (cash back) che potrebbero essere, invece, dirottati più utilmente verso la asfittica economia reale.

Quando si cita il mondo occidentale, vengono subito in mente i network. Infatti, non è forse il potere di controllo quello di cui dispongono Mark Zuckerberg con il suo Facebook e Jack Dorsey con il suo Twitter e Bill Gates con il suo Microsoft? Celebre la mission di Microsoft “empower every person and every organization …”. Il potere, anch’esso si è innovato; non passa più dal danaro, che pure ci sta, ma dal disporre di piattaforme digitali che forniscono conoscenza e “controllo” della utenza.

 Antonio Vox – Presidente di “Alleanza Liberale”