Antonio Calcagni: mio figlio dimenticato dallo Stato. Nessuna risposta alla lettera inviata a Mattarella tre mesi fa

“Egregio Presidente della Repubblica”, comincia così la lettera che Antonio Calcagni, papà del colonnello Carlo Calcagni, ha scritto ad ottobre dello scorso anno, al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per raccontare, in sei pagine, tutto il proprio disappunto nei confronti di un «sistema – si legge nella lettera – che deve avere rispetto nei confronti di un veterano e per quello che mio figlio rappresenta, ma che troppo spesso viene ostacolato, maltrattato e dimenticato».

A quella lettera, indirizzata anche al ministro della difesa, Lorenzo Guerini, al ministro della salute, Roberto Speranza, e al ministro dello sport, Vincenzo Spadafora, non è seguita nessuna risposta. Nulla.

Eppure Carlo Calcagni, colonnello del Ruolo d’Onore, si è ammalato nel 1996 perché «esposto ad uranio impoverito durante una missione in Bosnia-Erzegovina».

«Tutti i comandanti che lo hanno conosciuto e avuto sotto il proprio comando – sottolinea  Antonio Calcagni – lo hanno apprezzato ed elogiato, sin dal primo giorno che ha scelto di indossare la divisa e di fare parte delle Istituzioni. Ne ha fatto parte con orgoglio, dando costantemente il buon esempio e dimostrando di avere grandi capacità professionali. Ma tutto questo è durato fino a quando si è ammalato per il servizio prestato, dopo essere stato impiegato a Sarajevo, durante la guerra dei Balcani, dove mio figlio, come tanti suoi colleghi, ha incontrato quel maledetto nemico invisibile, ma devastante, che tutti fanno finta di non conoscere ma che ha nome e cognome: uranio impoverito. È stato l’inizio di un terribile calvario».

Antonio Calcagni, nella lettera, racconta del mancato riconoscimento di risarcimento a Carlo (per la sua malattia invalidante) e l’esclusione di suo figlio dall’attività agonistica, decisa da chi ha sovrinteso alla selezione della Nazionale di ciclismo paraolimpico.

«Lui – scrive ancora Antonio Calcagni – ha rappresentato l’Italia in ogni competizione internazionale a cui ha partecipato, portando sempre il tricolore sul gradino più alto del podio con la mano destra sul cuore al suono dell’Inno di Mameli, mentre sono stati persino capaci di dichiarare che non è un atleta paralimpico – sottolinea facendo riferimento all’esclusione di suo figlio dalla nazionale – pur di escluderlo per impedirgli di vincere e gioire ancora una volta».

E, a distanza di oltre due mesi da quella lettera, per Carlo Calcagni, testimone e prova vivente dei fatti accaduti in Bosnia, per l’uomo che ha vinto l’uranio impoverito e che, nello sport e nei successi sportivi, ha trovato un modo diverso di “parlare”, non una parola. Nulla, neppure per quel padre, 79enne, che non riesce a darsi pace per i silenzi che circondano suo figlio e la sua storia.