Il Sud ad un bivio

All’indomani del secondo conflitto mondiale con l’aiuto del nascente sindacalismo e nell’idea di perseguire un consenso forte tra i dipendenti pubblici, si è progressivamente separata in Italia la produttività di questi ultimi dal loro stipendio. Cosa mai cambiata fino ad arrivare ad oggi quando la responsabilità del “posto fisso” è raramente prevista nel nostro ordinamento. Ne è risultato che l’intero apparato pubblico non solo ha scarsa produttività, ma ignora le conseguenze che questo comporta nell’economia reale; tant’è che spesso si deve ricorrere al silenzio-assenso per superare i colli di bottiglia (sono tutti eufemismi vergognosi).

I democristiani lo sapevano e sapevano anche che non solo i dipendenti pubblici prendevano più di quanto producevano ma sapevano anche che molti dipendenti privati beneficiavano di scala mobile e contratti collettivi nazionali perfettamente fantasiosi. Sempre per motivi legati al consenso si lasciava fare conservandosi la valvola della inflazione-svalutazione che permetteva anche agli autonomi di sopravvivere; infatti la scarsa produttività delle imprese maggiori e della Pubblica Amministrazione produceva rincari nei prezzi e svalutazione della lira, cose che permettevano ai piccoli di vendere a prezzi crescenti e quindi pagare anche tasse e tariffe (oltre che prezzi di materie prime) crescenti. Mantenendo in piedi la baracca.

Finito il periodo della inflazione e quindi della svalutazione con la introduzione in Italia di una valuta in gran parte estera, si è creata una condizione stranissima (e prevedibile) per la quale i detti vizietti italici (che stanno tutti là) non sono compensati da prezzi in crescita ma aggravati da prezzi in discesa (determinati dalla concorrenza internazionale) mentre i nostri concorrenti europei beneficiano di una svalutazione della moneta comune determinata proprio dai vizietti italici che tutti dicono che si devono rimuovere. Un puzzle pazzesco risolvibile con le “riforme” – più volte richieste dall’Europa – che altro non sono che la riduzione degli stipendi (e pensioni) pubblici e liberalizzazione (cioè riduzione) di quelli pagati dalle imprese, specie maggiori. Cosa impossibile e controproducente e che in Italia non sarà fatta mai. Quindi: che si fa?  E degli autonomi che poi sono l’economia del Sud? Nessuno ne parla per più ragioni: in primo luogo perché per la politica gli autonomi costituiscono una porzione residuale e minima del Pil, peraltro non rappresentata politicamente, frammentata… quindi più un fastidio che un problema; poi la grande impresa intende occupare il posto nel mercato che ancora quelle PMI presidiano e quindi se falliscono, tanto meglio. È il caso dei piccoli commercianti ma anche dei tassisti, delle piccole imprese agricole, di tutti gli artigiani, molte professioni tutto un mercato da sostituire con beni e servizi massificati e cioè prodotti con sistemi “efficienti” cose che vediamo da anni nella grande distribuzione (non solo quella food) che imperversa con la connivenza di sindaci e regioni.
Ma i nostri resistono eroicamente, ingoiano tutto e allungano il loro orario di lavoro, aguzzano l’ingegno, rischiano del proprio, sfidano leggi e burocrazia scatenate contro di loro.

Che accadrà se gli autonomi non recupereranno la loro naturale centralità? Due possibilità: essi potrebbero gettare la spugna (anche a seguito del covid) come molti stanno facendo da anni con la conseguenza che l’apparato pubblico potrà finanziarsi solo dalle grandi imprese che così non gli saranno più alleate; cresceranno solo i debiti dell’uno e delle altre come sta accadendo. Preparando il collasso generale rimandato da iniezioni di danari più o meno “nuovi”. Oppure, la seconda ipotesi, vi sarà la statalizzazione progressiva dell’economia. Anch’essa è già avviata in modo più o meno esplicito in alcuni dei settori più esposti come le banche, la siderurgia, l’aviazione, l’energia, i rifiuti, in ogni caso le imprese del nostro sud saranno spacciate.

Il futuro sarà di pochi o di un solo player? in un immenso oligopolio-monopolio dittatoriale? Magari sweet?  oppure sopravviveranno le piccole imprese e il futuro italiano sarà di una moltitudine infinita di soggetti tutti padroni del proprio presente e futuro? Le tecnologie permettono sia il primo che il secondo scenario pur che la politica sappia della importanza del momento e scelga il da farsi. Al di la delle stupide e meschine – anche se doverose – dispute sulla spartizione dei soldi europei e italiani, il sud dovrebbe dire la sua.