Quando il cibo diventa arte

Il cibo ha da sempre occupato un posto di rilievo nell’arte pittorica. Sin dalla preistoria l’uomo ha sentito il bisogno di far conoscere sé stesso, le sue origini, il suo destino, il suo modo di alimentarsi. Per le antiche civiltà, così come per quelle odierne, il cibo è divenuto icona di opulenza e ricchezza. Specialmente nelle arti visive, niente come il cibo ha rappresentato al meglio, nel corso dei secoli, il divario economico sociale tra chi poteva permettersi di mangiare meglio, avendo a disposizione carni più pregiate, verdure più fresche, frutta locale e importata…  e chi purtroppo aveva a disposizione solo alimenti in parte avariati, carne già andata a male, verdure marce. I grandi artisti spesso hanno sfruttato l’immagine delle tavole imbandite o le tavole scarsamente apparecchiate per dare il senso iconografico della condizione economica e sociale che attraversava il Paese.

Come afferma Leonardo da Vinci la cucina è “arte della combinazione” e il cuoco si configura allora, dichiara Marie-Antoine Carême, come un autentico scienziato e professionista del gusto. Poiché raffigura una forma d’arte, la cucina soddisfa uno dei requisiti basilari di un’opera artistica ovvero la sua forte capacità di comunicare e trasmettere un qualcosa. Ogni piatto è unico nel suo genere e il cuoco cerca di proporre la sua personalità in ogni portata. Filosofia, psicologia, antropologia, biologia hanno a lungo disquisito sul cibo, senza tuttavia, arrivare ad una risposta “scientifica” nel senso stretto del termine. La cucina è arte? È una mera passione? È solamente nutrimento? È un piacere di poco conto o è l’ingrediente segreto della felicità? “Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei!” affermava a gran voce Brillat-Saverin. “L’uomo è ciò che mangia” scriveva Feuerbach. Il cibo è un elemento fondamentale per la costruzione dell’identità culturale della persona. L’uomo non è semplicemente un ingordo di principi nutritivi, ma è soprattutto un consumatore – mangiatore simbolico e sociale. E il cibo, diventa allora uno strumento di comunicazione, un codice condiviso non diverso dal linguaggio. Dietro ai sapori, agli odori si nascondono tantissimi significati; dietro al gusto di sedere a tavola, ma anche di stare dietro ai fornelli, esiste una trama fitta di simboli e linguaggi. Così come il linguaggio, l’alimentazione costituisce un ponte tra natura e cultura, poiché collega funzioni fisiologiche a valori storico culturali.

Il gusto mette in relazione aspetti religiosi, sociali, economici, con l’esperienza di un sapere che diventa anche sapore. Oggi il cibo sembra essersi guadagnato un posto davvero importante e particolare all’interno della nostra società. Non c’è mezzo di comunicazione sociale che non abbia uno spazio dedicato: svariati programmi di cucina, reality culinari, libri di ricette, inserti golosi e consigli sulla dieta. Persino le iscrizioni agli Istituti Alberghieri hanno subito un importante incremento tanto da parlare di un vero e proprio “effetto Masterchef”. Verosimilmente la figura del cuoco come artista sta prendendo il sopravvento su una professione che richiede, invece, una pluralità di conoscenze culturali e professionali. La progettazione di un sapore diverso e straordinario non è semplicemente magia, ma pura alchimia: un mix di sperimentazione, dedizione, passione, esercizio, curiosità. La cucina è un’arte e una scienza e, come tale, ha le sue regole. In questi ultimi mesi la pandemia da coronavirus, in maniera altamente democratica, ci ha fatto sperimentare l’astinenza dellacondivisione del cibo privandoci dalla felicità alimentare. È proprio nella convivialità che si sviluppa l’interazione tra corpo e spirito. Al benessere del corpo si aggiungono il valore sociale dello stare assieme ed il piacere della conversazione. Basti pensare al popolarissimo “rituale” della “pizza con gli amici”.

Il cibo è ovviamente nutrimento, ma un pasto in solitario viene raramente descritto come un’esperienza degna di nota. Mangiare insieme, condividere un pasto con le persone con cui stiamo bene, porta a sentirsi meglio con sé stessi. Sedersi a tavola in compagnia fa sentire l’individuo supportato a livello sociale ed emotivo. Non a caso, anche soltanto cucinare per gli altri porta ad aumentare il livello della propria felicità. Basta pensare ai riti e alle tradizioni che accompagnano le festività più importanti per qualsiasi tipo di cultura: mangiare in compagnia è un punto di socializzazione rilevante.  A seguito dell’applicazione del decreto Natale ci è mancato lo stare insieme, ci sono mancati i rapporti fisici con i nostri amici: siamo esseri sociali (nessun uomo è un’isola, direbbe qualcuno), abbiamo bisogno degli altri, siamo uniti da un medesimo destino, cosa che spesso dimentichiamo, e che invece, quando siamo più fragili e vulnerabili, riconosciamo come unica grande verità. Il cibo è amore, ha bisogno di cuore e di sensi, di corpo e di condivisione; ingredienti difficili da ricercare durante questa fase così delicata e fragile delle nostre vite. La speranza è che grazie alla campagna di vaccinazioni, ci sia una ripartenza che ci porti finalmente fuori dal tunnel, facendoci riapprezzare la condivisione dell’arte del cibo. Auguri e Buon 2021.

                                                                                          Giacomo Giancaspro