La messa alla prova di quei bravi trafficanti

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Recentemente si è tenuta, presso il Tribunale di Brescia, l’udienza in merito a un procedimento penale a carico di tre persone coinvolte in un traffico di animali selvatici protetti ed accusati di ricettazione. Nel corso dell’udienza è stata accettata la richiesta di messa alla prova avanzata dai tre.

Gli indagati erano stati arrestati dai Carabinieri Forestali della Stazione di Vobarno (Brescia) nel dicembre 2019, colti sul fatto mentre acquistavano 127 uccelli da due corrieri provenienti dalla provincia di Treviso. Gli uccelli, come si rileva dai verbali dei Carabinieri, erano tutti privi di anelli identificativi, provando quindi la loro provenienza illecita, confermata anche dal rinvenimento, nella vettura dei due trevigiani, di una rete da uccellagione, utilizzata proprio per la cattura in natura degli uccelli. Secondo Massimo Vitturi, responsabile LAV Animali Selvatici, “La richiesta di ammissione alla messa alla prova, unitamente alla lettura dei verbali dei Carabinieri, corrisponde a una ammissione di responsabilità da parte dei tre indagati anche se le pene risultano veramente irrisorie e non serviranno certamente come deterrente”. 

Una decisione, quella della messa alla prova, che appare davvero debole rispetto alla gravità del fatto commesso e in un territorio, come quello Bresciano, che rappresenta l’hotspot del bracconaggio più importante d’Italia, con il numero più alto di procedimenti penali e di indagati per reati venatori e contro la fauna selvatica. “Per il loro traffico illegale, i tre imputati dovranno pagare allo Stato e alla LAV, costituitasi parte civile, meno di 17 euro per ogni uccello catturato illegalmente, quando uno solo di quegli animali, sul mercato illegale degli uccelli da richiamo, può valere fino a 300 euro; una sproporzione inaudita che rende il processo, il risarcimento del danno e il percorso di affidamento in prova, un piccolo incidente di percorso per ognuno degli imputati, ai quali basterà rivendere solo tre uccelli per rifarsi della perdita economica. A fronte dell’encomiabile lavoro svolto dai Carabinieri, le pene in ambito venatorio sono sempre estremamente ridotte, lasciando così enormi margini di guadagno economico, e spesso la fedina penale intonsa, a tutti coloro che si rendono responsabili di reati contro gli animali in ambito venatorio”, sostiene la LAV in un comunicato. 

Com’è noto, la convinzione di non subire conseguenze negative per le proprie azioni, è uno dei fattori che favoriscono la commissione di reati e, in generale, di condotte illecite. L’idea di “farla franca”, anche solo come mera possibilità, fa accettare più facilmente il rischio di incorrere in future sanzioni, nel convincimento che, in realtà, la possibilità di essere puniti non si verificherà e che, pertanto, non ci sarà nessun tipo di censura per la violazione consumata. Fare del male, commettere un reato e non subirne le conseguenze, è la coltura dove prolificano i bacilli dell’illegalità. La cosa è ancora più evidente quando si tratta di violazioni ritenute di minore gravità e considerate, anche sotto il profilo sanzionatorio, di interesse minore. Non è un segreto che sia tuttora diffusa, negli addetti ai lavori, l’infausta idea che i reati a danno di animali siano di residuale importanza e di scarso interesse investigativo e, pertanto, rientranti a pieno titolo tra i cosiddetti reati bagatellari. Una simile visione può avere un forte effetto criminogeno perché può infondere la falsa convinzione dell’impunità per determinati comportamenti: se già di per sé i reati a danno degli animali vengono percepiti come reati minori e con sanzioni per nulla dissuasive, la possibilità di restare impuniti annulla ogni funzione preventiva della pena.

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