Palermo contro Roma?

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Musumeci forza la mano e veste per un attimo i panni di membro del governo centrale disponendo l’allontanamento dei migranti dalla Sicilia:  “tutti i migranti negli hotspot e in ogni centro di accoglienza devono essere improrogabilmente trasferiti e ricollocati in altre strutture fuori della Regione siciliana, non essendo allo stato possibile garantire la permanenza nell’Isola nel rispetto delle misure sanitarie di prevenzione del contagio”.

Gli risponde il Ministro per il Mezzogiorno dicendogli che “Il Presidente Musumeci – testualmente – ha il dovere di governare la Regione non di aprire scontri istituzionali con lo Stato. Di servire la Sicilia e i siciliani (assicurando un numero di tamponi adeguato e facendo rispettare i protocolli di sicurezza), non di servirsene per fornire argomenti alla bieca campagna elettorale di Salvini nelle altre Regioni.”

È evidente che entrambi hanno debordato un po’ dal bon ton istituzionale tant’è che si cerca adesso di ricomporre la questione garantendo almeno a parole lealtà istituzionale sempre e comunque. È altresì evidente che ogni tanto questi strappi inducono chi deve operare a farlo meglio e presto, cioè a svegliarsi. Rimane però una questione di non poco momento tant’è che da molto alcuni Presidenti di Regioni debordano dai propri compiti tradizionali. Il fatto maggiormente rilevante non è quindi certo lo specifico caso ormai cronico della governabilità degli hotspot ma il rapporto tra le due Istituzioni: può la Regione avere ruoli politici e non solo amministrativi? Lo Stato può accentrare anche quando vi sono situazioni difficili da sopportare a livello locale? I Presidenti di Regione hanno un mandato rappresentativo, e quindi politico, oppure no?

La cosa è di pertinenza di tutte le Regioni e in ispecie per quelle meridionali dove le popolazioni si sentono molto male rappresentate anche da un governo come l‘attuale che è composto per la stragrande maggioranza da meridionali.

È certo che la Costituzione ha previsto per le Regioni uno spazio loro proprio, ma è ormai visibile che la componente interpretativa delle disposizioni costituzionali non solo non aiuta ma spesso complica. E quindi ogni tanto si sbotta con tanto di polemica per poi, dopo lungo tergiversare, ricomporre la questione.

Una delle materie tradizionalmente di pertinenza dello stato è lo sviluppo; sviluppo che è la questione centrale per molte regioni meridionali e segnatamente della Puglia. Il futuro Governatore pugliese vorrà forzare la mano al governo su questioni centrali come la revisione del fisco, o del prezzo dell’energia, o della burocrazia, o delle banche che coram populo da sempre si dice che andrebbero pensati in termini regionali ma che sono trattati da sempre in maniera unitaria? Come mai i candidati Presidenti non profferiscono verbo su questioni così centrali, quasi non li riguardino? Non intendono fare nulla e attendere educatamente che qualcuno a Roma si accorga che avere la stessa burocrazia o obblighi fiscali o prezzo dell’energia a Tolve e a Vicenza significa (come ha significato) condannare quelli di Tolve ad andarsene a Vicenza?

Siamo curiosi di avere una risposta.

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