Effetto valanga – come fu che l’economia e la finanza si sostituirono alla politica

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Fra gli accordi di Bretton Woods, stabiliti dall’1 al 22 luglio del 1944 nell’omonima Conferenza conclusasi nel 1971, che sono l’insieme di regole inerenti le relazioni commerciali e finanziarie internazionali delle 44 Nazioni più industrializzate dell’occidente, ci fu pure quello di abbandonare il sistema aureo classico. Con tale sistema la creazione di denaro era vincolata alla quantità delle  riserve auree in possesso degli Stati.

Questo però si rivelò non più adatto ai grossi volumi degli scambi commerciali moderni. Sorsero così molte banche centrali nazionali (BCN) indipendenti (molte, nate per altre funzioni, esistevano già, mediamente da tre a quattro secoli prima: la Banca di Svezia, ad esempio, fu fondata nel 1668,  quella degli USA, la Fed, nel 1913, la Banca d’Italia 1893, ecc.). Le BCN ebbero la funzione di limitare la discrezionalità degli Stati nel creare moneta, poiché abusandone, specie quelli meno stabili, potevano determinare pericolose inflazioni o iperinflazioni. In Europa poi, i 13 Paesi iniziali che si unirono per creare l’eurozona (ora sono 19 su 27 Stati dell’UE), l’01 giugno del 1998 istituirono la BCE, appunto allo scopo di stabilizzare i prezzi dell’area, dandosi regole economiche e monetarie comuni e adottando l’euro come valuta. In tal modo le BCN europee delegarono il conio e la loro politica monetaria alla BCE.

L’intero capitale della BCE è stato versato dalle banche centrali dei Paesi dell’UE, con quote proporzionali alla loro popolazione e al loro PIL. L’obiettivo è quello di mantenere il tasso d’inflazione intorno al 2 % che a quanto pare è il giusto compromesso tra l’inflazione elevata e la deflazione. L’emissione di moneta deve essere commisurata soltanto alle necessità dell’economia reale. La creazione di un’eccessiva massa di denaro crea l’inflazione e l’aumento dei prezzi; un’insufficiente massa provoca la deflazione e l’abbassamento dei prezzi. Quest’ultima, che sembrerebbe essere positiva per i consumatori, invece è deleteria al pari dell’inflazione alta per tutta una serie di motivi che in circolo vizioso provocano il taglio dei salari e quindi la perdita del potere di acquisto dei lavoratori e licenziamenti. Ciò accade perché all’abbassamento del prezzo delle merci, consegue una perdita del profitto di chi le produce, quindi egli tende a compensare le perdite, appunto, con il taglio dei salari e con i licenziamenti. La deflazione è positiva soltanto quando è la conseguenza degli investimenti delle imprese per innovare le tecnologie e le tecniche di produzione. Questa innovazione permette una significativa riduzione dei prezzi, come accade costantemente nel settore dell’elettronica. Ad esempio, un pc o uno smartphone costano sempre meno e sono sempre più potenti.

  Ritornando alle BCN, la quota di partecipazione della Banca d’Italia è del 13,82 % su un capitale complessivo di 10,83 miliardi di euro della BCE. Questo 13,82 % a sua volta è costituito da un capitale partecipativo che per il 94,33 % appartiene a 142 tra banche e assicurazioni italiane. Intesa San Paolo (60.000 azioni), Unicredit (33.000) e Generali (11.000) insieme, possiedono un terzo delle quote azionarie di questo capitale italiano costituito da 300.000 azioni. Il reddito da signoraggio poi (differenza tra valore nominale e intrinseco della moneta) viene redistribuito alle BCN in proporzione alla rispettiva quota di partecipazione e sotto forma di flusso di interessi generato dalla base monetaria. A loro volta le BCN lo redistribuiscono ai rispettivi Stati, deducendo prima le spese di gestione e la loro indispensabile riserva di denaro. La BCE invece non trasferisce il denaro agli Stati, ma le dà direttamente alle banche commerciali, che poi prestano alle imprese e ai privati cittadini che dovranno restituire insieme ad un certo tasso di interessi. Non sempre però il meccanismo bancario è limpido e corretto. In Italia capita (come successe del resto con i subprime delle banche americane, che portarono alla crisi finanziaria mondiale del 2008) che il denaro distribuito dalla BCE venga poi prestato per finanziare progetti faraonici a soggetti che non forniscono le necessarie garanzie di solvibilità. Poi invece, ma giustamente, le banche richiedono tutte le garanzie possibili e immaginabili alle piccole e medie imprese e ai privati cittadini prima di concedere mutui o finanziamenti personali. Oppure le stesse, attraverso i loro consulenti finanziari, convincono subdolamente i clienti ad investire i loro risparmi in borsa, senza comunicare “chiaramente” l’alto rischio di taluni titoli azionari o fondi comuni. Alla fine la banca, tra l’alto tasso di insolvenza e le perdite in borsa dei risparmi dei clienti disinformati nel momento della valutazione del rischio, va in crisi finanziaria che lascia sul lastrico migliaia di risparmiatori che si erano fidati della banca. La modifica del meccanismo del Bail-in (cauzione interna), introdotta dal primo gennaio del 2016, ha come principio base di non far sostenere ad azionisti, obbligazionisti e correntisti, perdite maggiori di quelle che avrebbero in caso di fallimento della banca. Quindi, tali clienti e azionisti stessi pagano il suo salvataggio, ad eccezione di quelli che hanno un deposito inferiore a centomila euro, che viene garantito dal Fondo di Garanzia dei Depositi. Con il Bail-out invece erano gli Stati di riferimento che salvavano le banche con i soldi dei contribuenti.

Oggi lo Stato, in casi estremi, partecipa al loro salvataggio, ma solo attraverso finanziamenti non più a fondo perduto e dunque non più a spese dei contribuenti.

  In Europa e negli USA il dibattito sulla separazione delle banche commerciali da quelle di investimento è sempre acceso, ma più spostato verso gli interessi delle banche che sulla reale tutela dei risparmiatori. La Wolker-Rule (Regola di Wolker), dal nome del suo ideatore, l’economista americano Paul Wolker ed ex presidente della Federal Reserve, voluta fortemente da Barack Obama, entrò in vigore negli USA nel luglio del 2012 ma non è mai stata realmente applicata. Poi sotto la presidenza di Trump, è stata resa più soft, a vantaggio delle maggiori banche d’affari sopravvissute alla crisi finanziaria dei subprime del 2008, che a quanto pare non è servita da lezione. Lo scopo della Wolker-Rule è essenzialmente quello di tutelare i risparmiatori da eccessive attività speculative e scongiurare nuove crisi finanziarie. In Europa invece l’orientamento è quello di attuare una più seria regolamentazione riguardo alla separazione dei due tipi di banche. 

  Nel fare un excursus storico riguardo alla suddetta separazione, dobbiamo ritornare agli anni successivi alla crisi del ’29, quando il Congresso degli Stati Uniti, per prevenire il ripetersi di altre catastrofi finanziarie, nel dicembre 1933 varò la legge bancaria Glass-Steagall Act (dal nome dei due ideatori), di cui si è già parlato, che le evitò per parecchio tempo. Nel 1999 poi, con la promulgazione della legge bancaria Gramm-Leach-Bliley Act da parte dell’allora Presidente degli USA Bill Clinton, il  Glass-Steagall Act venne abolito. In tal modo si avviò lo stesso micidiale meccanismo finanziario speculativo deregolato di allora, che sfociò nelle bolle speculative degli anni 2000, e che insieme alla politica del credito con bassi tassi d’interesse (variabile, che poi s’impenna tragicamente), per stimolare la cosiddetta “economia del debito”, culminò nella devastante crisi del 2008. Gli effetti nefasti già manifesti dell’attuale gravissima crisi provocata dalla pandemia da Covid-19 li abbiamo già visti e subìti. Quelli invece che si aggiungeranno a causa di questa nuova ondata di contagi credo che siano ancora inimmaginabili. Si spera di riuscire di nuovo a ridimensionare questa improvvisa impennata dei contagi in Europa (in tante altre parti del globo hanno continuato a crescere), a mio avviso facilmente prevedibile, reintroducendo e facendo rispettare alcune vecchie misure restrittive più lievi del precedente lockdown, ma nuovamente indispensabili, come l’uso delle mascherine, il lavaggio frequente delle mani e il divieto degli assembramenti, giacché siamo ritornati indietro di quattro mesi e vogliamo tutti scongiurare un nuovo disastroso lockdown. La nuova ondata è chiaramente attribuibile alla riapertura quasi totale delle frontiere europee e quindi alla circolazione indiscriminata dei vacanzieri, che dura dal mese di luglio a oggi, giorno successivo a quello di Ferragosto, periodo in cui si sono completamente snobbate le misure contenitive più elementari: cioè, quelle appena sopra descritte.    

  Per concludere questa terza e ultima parte dell’articolo e rispondere in qualche modo all’implicita domanda del titolo “Effetto valanga – Come fu che l’economia e la finanza si sostituirono alla politica”, devo fare un altro excursus storico sulla cosiddetta finanziarizzazione dell’economia, cioè il predominio del mondo economico-finanziario in qualsiasi settore, persino in quello della politica dei singoli Stati. Dopo il boom economico-consumistico iniziato in seguito ai risanamenti delle macerie fisiche, morali ed economiche causate dalla Seconda guerra mondiale, durato fino alla metà degli anni ’70 e chiamato appunto il periodo dei “Trenta gloriosi” (anni), cominciò il lento declino della classe media. La causa è stata la definitiva “consacrazione” del liberismo selvaggio sostenuto dalle teorie dell’economista statunitense Milton Friedman e applicate a partire dalla metà degli anni ’70 dal dittatore cileno Pinochet, poi sdoganate negli anni ’80 nelle due democrazie anglosassoni, quindi da Ronald Reagan e da Margareth Thatcher. Queste teorie, gradualmente applicate da tutte le destre ove fossero al Governo, fra le altre cose (come l’aumento delle disparità sociali ad esempio), hanno determinato la riduzione dei salari e dei redditi a vantaggio della consistente riduzione fiscale dei grandi produttori di beni, dei ricchi, e di conseguenza la riduzione dei consumi e alla lunga la saturazione di questi beni. Tale lungo periodo ora dura da quarant’anni, che io definirei i “Quaranta oscuri”.

  Nel corso di questi quattro decenni, dato che il capitale non può stare fermo, e investirlo nell’economia reale è diventato un rischio che spesso non vale più la pena di correre, iniziò ad essere investito nel più lucroso mercato finanziario. Cominciò così una diversa strategia capitalistica chiamata “finanziarizzazione dell’economia” ed “economia del debito”. Una volta che i consumatori medi sono stati privati del loro alto potere di acquisto che invece ebbero nei trenta gloriosi anni, furono costretti a indebitarsi per quei beni dal costo superiore alle potenzialità dei loro salari e redditi, attraverso prestiti finanziati dalle banche, ripagandoli in un tempo ragionevole stabilito prima dell’erogazione, con l’aggiunta degli interessi. Lo sappiamo bene ormai che, per la classe media, impoveritasi negli anni, è diventato un problema comprare in contanti persino uno smartphone; per non parlare dell’acquisto di una macchina, anche usata, o per pagare un improvviso importante guasto di un’auto o di un elettrodomestico o dei tubi del bagno o della cucina o una bolletta stratosferica, oppure una raccomandata! Terrore allo stato puro!, perché questa non reca quasi mai una buona notizia, ma una multa, o una cartella dell’Agenzia delle Entrate o un’ingiusta ingiunzione di pagamento di qualche gestore scorretto nel momento di proporre le clausole di un contratto.

  Le esternazioni di sopra non erano semplici battute, ma realtà; certo, sicuramente i lettori le capiranno. Ad ogni modo, la massa monetaria di questo nuovo modello di economia finanziaria, costituito, appunto, in prevalenza da semplice, freddo e spesso virtuale denaro (ormai basta un click di mouse per crearne dal nulla) finalizzato principalmente alla propria infinita auto-moltiplicazione, vale venti volte il Pil mondiale che è di circa 142 mila miliardi di dollari. Provate a moltiplicare questa cifra per venti: una normale calcolatrice non può contenerla. La massa dei debiti mondiali ammonta invece 253 miliardi di dollari. E’ davvero il caso di dire “un mondo di debiti!” Insomma, è essenziale che finalmente la politica degli Stati si riappropri del proprio ruolo attraverso una normale e reale dialettica democratica per trovare una “ricetta economica” più equa, che contemperi gli interessi di tutti, e non permetta più che siano le cosiddette leggi naturali dell’economia, e quindi il troppo libero mercato a decidere i destini degli uomini. La bramosia del genere umano è grande, per cui non si può credere alla favola che una volta “riempiti i forzieri”, le “piratesche scorrerie” che seguiranno venga redistribuito ai bisognosi. E se questo forziere, per cause sconosciute a noi comuni mortali, si dilatasse ogni volta che sta per riempirsi? Torniamo seri.

  Solo in fisica, o in altre scienze, le leggi sono naturali, immutabili e indiscutibili, ma in economia (la cosiddetta scienza triste: e sicuramente lo è per chi la subisce) sono gli uomini a fare le leggi e a determinare i sistemi, rendendola quindi, se scienza si deve chiamarla, una scienza inesatta e dunque perfettibile, come tutti i fenomeni dove prevale il fattore umano. Cosicché, invece che produrre troppi “frigoriferi” (ricordate la storiella dell’incipit di codesto articolo, dove l’operaio comprende l’assurdità dell’acquisto di un nuovo frigorifero solo perché è di un colore più in voga e lo restituisce al negoziante?), si può sfruttare meglio l’intelligenza e la creatività umana per produrre nuovi beni e servizi, istruzione e cultura sempre più elevati, affinché facciano realmente progredire il genere umano, a cominciare dal suo lato spirituale che è la migliore ipoteca per prevenire qualsiasi abuso e prevaricazione, al di là di ogni legge umana.

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