Via la sofferenza con lo Yoga

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La vita è sofferenza. Tutti noi siamo continuamente in balia delle nostre emozioni e, a parte pochi attimi di felicità e magari di spensieratezza (i bambini piccoli ancora non condizionati dalla vita sono sempre in questa realtà di beatitudine), siamo quasi sempre insoddisfatti, malinconici, incerti, dubbiosi e stanchi.

Ma perché deve essere così?  La cultura Indiana ci aiuta a capirne il perché e, magari, una volta che ne abbiamo preso consapevolezza, modificare alcuni nostri atteggiamenti per non soffrire più.

Concetto di Avidya.

L’avidya è l’errata comprensione che confonde il grossolano con il sottile. Questo significa che noi non vediamo la realtà per quello che è. Ci sono dei veli che si interpongono fra Purusha (Purusha rappresenta la nostra pura coscienza, ciò che vede con purezza e semplicità la realtà, quel bambino interiore che è sempre vivo e presente) e l’oggetto da osservare, che può essere un sentimento, un’emozione o qualsiasi esperienza della vita. Ci troviamo ad esempio in una stanza con una grossa finestra: noi siamo Purusha, colui che osserva, e fuori dalla finestra c’è un paesaggio bellissimo ed incantevole. Purtroppo davanti alla finestra mettiamo, volta per volta, delle tende semi trasparenti, e, ad ogni aggiunta, il paesaggio bellissimo diventa più sfuocato e meno colorato. Dopo molte tende non siamo più consapevoli di averne aggiunte parecchie e soffriamo intensamente perché quel paesaggio bellissimo non c’è, ma ciò che vediamo è diventato causa di sofferenza e dolore. La nostra mente o Chita crea questi veli che si possono identificare secondo la tabella che segue in: Raga, Dvesa, Abhinivesa, Asmita. Avidya è anche il risultato dell’accumulo delle nostre azioni inconsce, i giudizi e le reazioni che abbiamo prodotto meccanicamente per anni. La mente diventa sempre più dipendente dalle abitudini e finiamo per considerare le nostre azioni di ieri la norma di oggi.

Raga: Avere bisogno di qualche cosa solo perché lo abbiamo già avuto e diventa una abitudine, anche se non ne abbiamo più bisogno.

Dvesa: Rifiuto di qualche cosa perché in passato non ci è piaciuto o non ci andava bene.

Abhinivesa: Paura in generale di affrontare la realtà.

Asmita: L’IO che deve essere migliore degli altri e deve essere qualcuno.

Avidya, in ultima analisi, genera sofferenza e dolore, problemi e preoccupazioni. Siamo infatti condizionati da tutte le nostre esperienze passate, dai nostri e altrui giudizi, dall’educazione ecc. e non possiamo così essere distaccati dal risultato delle nostre azioni. La pratica dello Yoga, rispettando le regole base Yama e Nyama (regole nase di comportamento verso sé stessi e gli altri), dalle asana (posture e movimenti armoniosi) al Pranayama (controllo del respiro e dell’energia), dalla meditazione al risveglio dei Chakra, dalla purificazione alla realizzazione del Sè, permettono il distacco e di eliminare quei veli o “tende”che offuscano la realtà (concetto di Avidya) rendendo l’uomo libero verso l’unione con il Divino.

Cosa si può fare allora?

Prendere consapevolezza delle proprie azioni, del proprio passato e del futuro e vivere il momento e non in funzione di ciò che è stato o che sarà è forse la soluzione più facile. La pratica costante e disciplinata dello Yoga, fin dai primi mesi, ci porta dolcemente in questa direzione, eliminando così giorno dopo giorno quei “veli” che noi stessi abbiamo messo fra noi e una realtà bellissima di Amore, Gioia di vivere e serenità.

Roberto Boschini – maestro di Yoga e massaggio Ayurvedico.

Presso il “Centro Yoga Il piccolo Amrit” a Martina Franca.

www.ilpiccoloamrit.it

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