L’uranio impoverito e la storia del colonnello Carlo Calcagni

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Sindrome mielodisplastica, panipopituitarismo, distiroidismo, insufficienza renale, MCS (sensibilità chimica multipla), insufficienza cardiaca, fibrosi polmonare interstiziale, con insufficienza respiratoria, degenerazione neurologica con parkinsonismo, disautonomia: un freddo elenco di diagnosi, ecco ciò che è stato capace di regalarmi il nemico che non ho potuto riconoscere durante l’adempimento del mio ruolo di pilota elicotterista dell’Esercito Italiano, durante una missione internazionale di pace!

E a questi doni indesiderati si sono aggiunte negli anni le privazioni che la malattia ha portato con sé, le rinunce di un uomo che dalla vita poteva avere tutto ciò che aveva sempre desiderato. Piano piano mi hanno imposto di abbandonare il volo, di non poter più servire lo Stato come si insegna ad un soldato; molto mi è stato sottratto, nella mia vita lavorativa, personale ed affettiva. Persino la mia grande passione, il ciclismo, è caduta sotto i colpi delle nano-particelle di veleno: i trofei e le medaglie, frutto di oltre trecento vittorie, in tanti anni di sacrifici, sono ancora lì a ricordarmi quali imprese la volontà è riuscita a compiere e come, quando meno te lo aspetti, tutto può cambiare in un solo istante…

La VITA è un soffio…

una boccata di ossigeno.

Non trattenere il fiato…

respira intensamente…

prendi più ossigeno che puoi…

e vivila… attimo per attimo…

più intensamente che puoi…

fino in fondo…

fino all’ultimo respiro!

(Carlo Calcagni) 

Eppure proprio quella determinazione, a dispetto e nonostante la potenza del mio nemico, è stata capace di trasformare la mia bici in un triciclo per poter continuare a pedalare. 

Sì, un triciclo, che potesse rendere più stabile la mia corsa ormai minata dalle incertezze neurologiche, e mi permettesse di diventare un campione paralimpico. Un pedalare, il mio, all’insegna del “mai arrendersi”, motto e messaggio di testimonianza vivente per tutti coloro che devono fare conti quotidiani con innumerevoli nemici, del corpo e dello spirito. Tre ruote che rendono onore ad una disabilità che non vuole piangersi addosso, ma che sorride a ciò che è rimasto di meraviglioso nella vita, per farlo splendere ancora di più. 

Ogni mia giornata è, da anni, scandita dai ritmi delle terapie farmacologiche, dall’immuno terapia, delle sedute di plasmaferesi ospedaliere, dell’ossigenoterapia, delle flebo e delle centinaia di compresse da ingerire, dal rumore del ventilatore polmonare notturno, strumenti necessari al mio corpo per poter sopravvivere. 

Ma per vevere ho bisogno di correre, di dare fiato a polmoni stanchi e musica ad un cuore malconcio, di scaldare le gambe al ritmo di pedivelle che girano e veloci mi accompagnano a respirare lungo le strade del Salento, verso il mare, solo con i miei pensieri, o con mio figlio e gli amici al mio fianco. Il mio team, il Team Calcagni “Mai arrendersi”, ha sostituito i compagni d’arme: una squadra che non lascia indietro nessuno, come si impara quando si diventa paracadutista della Folgore. Il gruppo di ciclisti, di cui sono capitano, continua ad essere per me sprone a dare sempre il meglio, ad essere d’esempio, a sostenere sempre gli ultimi; così mi ricordano i soldati che ho comandato durante gli anni di servizio effettivo nell’Esercito e che oggi mi onorano con messaggi di stima e riconoscenza. Una squadra che ha saputo trovare lo spazio per la disabilità affianco alla normalità, che ha potuto riconoscere un posto ai ragazzi che si affacciano a questa disciplina. Sono i miei “ragazzi” a farmi sentire bene, a farmi sentire vivo: i coetanei di mio figlio undicenne che si entusiasmano per una gara su strada, o di ciclocross, gli amici di sempre che si fanno convincere a seguirmi in bici, i compagni del Team che non hanno vergogna della loro pedalata da ciclisti “diversi” in sella ad un triciclo o stesi su una hand-bike. Il sole dei pomeriggi d’agosto, il vento di tramontana, gli improvvisi acquazzoni estivi regalano alle nostre uscite di gruppo un sapore di amicizia che permette di illuminare il grigiore dei metalli che hanno invaso il mio corpo e la mia mente. 

Questo è quello che mi ha lasciato il mio nemico numero 1, ciò che ho faticosamente dovuto strappargli per poter continuare a (R)esistere. Quante volte sono stato sul punto di mollare, di assecondare un futuro che forse era già scritto per me, troppe volte pensieri bui hanno oscurato la mia mente, nelle notti senza riposo; eppure sono ancora qui, a raccontarmi, per me e per miei figli, con la speranza che nulla sia stato vano. 

(seconda parte, la terza sarà on line lunedì 3 agosto)

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